![]() |
|
|
|
|
|
|
CASTEL SAN GIORGIO San Giorgio è antico, ma soltanto durante il periodo Longobardo ebbe determinazione topografica. Essendo al centro dei diversi casali, durante il periodo delle Università Comunali, fu scelto quale luogo comune del territorio della valle, perché centrale e cessò il detto San Giorgio Soprano e San Giorgio Sottano. Certamente il toponimo iniziò a comparire dopo la costruzione dell’Acquedotto Augusteo, come riferimento di luogo di espurgo delle acque: Castella. Nel territorio veniva menzionata “Agella”, degli antichi Oschi e “Taberna” del primo secolo a.C. per la presenza in loco del Tabellario, quale stazione di corrieri postali e di ristoro con pernottamento. Nella piazzetta, prima della sede Comunale, vi era l’antica “Castella” dell’Acquedotto Augusteo e perciò il primitivo toponimo fu soltanto: Castella. In quel punto, proprio dove ha inizio il corso Claudio, erroneamente cosi tramandato, che porta a Cortedomini, quando scomparve l’Acquedotto Augusteo, venne realizzata l’antica “Cisterna” ove il fiume Saltero riversava le sue acque che i cittadini attingevano. L’ampio invaso, con due carrucole e ben sollevato dal piano stradale, con dei grandi e pesantissimi blocchi di pietra granitica tagliati a circonferenza, rimase attivo fin quando non giunse in San Giorgio l’acqua dell’Acquedotto dell’Ausino intorno all’anno 1929. Asportati i blocchi che formavano la circonferenza dell’orlo della cisterna, il vuoto fu riempito e San Giorgio perse un suo cimelio antico.Soltanto durante il periodo Longobardo, quando Arechi Ι fece costruire i diversi castelli della zona, la località venne chiamata Castello. Quando i Longobardi si ebbero bene consolidati nella nostra Valle e si convertirono al Cristianesimo per volere della loro regina Teodolinda, essi, da feroci persecutori dei Cristiani, diventarono i più attivi e fedeli seguaci di Gesù Cristo e dei Santi Martiri. Fu un secolo molto triste quello dell’espansione Longobarda nella zona, perché vi furono la peste, la carestia, la guerra Gotico-Bizantina e la distruzione di molti luoghi di culto cristiano per opera dei Longobardi. “Distrutti nel primo impeto di cieco furore e centinaia le città, le borgate, gli Episcopi, (ne scomparvero ottanta ed altri furono lasciati senza pastori perché o furono uccisi o dovettero fuggire), e i monasteri….desolatele campagne…sconvolto l’ordine dei municipi,turbato il diritto civile ed ecclesiastico. L’Italia, più che immersa nella barbaria, sembrò civilmente distrutta… Le carestie, gli orrori della guerra, le alluvioni, la peste, la fame… resero queste condizioni ancora più aspre”. I Longobardi dopo la conversione al cattolicesimo completata alla fine del 600, diffusero con ardore il culto di San Giorgio, simbolo della lotta. Con il nome del santo e la costruzione del Castello “in cacumene montis” il nome primitivo di Castella dei Romani venne sostituito, nel 700, con quello di Castello di San Giorgio. Nel corso dei secoli venne eliminato il nome Castello e si chiamò poi soltanto San Giorgio, ma ricomparve dopo il 1000, il toponimo Castello di San Giorgio, durante l’occupazione normanna, poi abbandonato ricomparve nel 1900 con il ventennio fascista. Quanta località e chiese non vennero edificate con il nome del Santo Guerriero che lotta con il suo focoso cavallo bianco, simbolo della purezza della fede cristiana e del mantello rosso simbolo del sangue dei martiri Cristiani? In provincia di Salerno, al generoso guerriero, furono dedicate: la grande chiesa di San Giorgio, in Via Duomo, a Giffoni Vallepiana, il nostro San Giorgio, e poi San Giorgio un Venezia, San Giorgio in Forlì, San Giorgio in Napoli, San Giorgio in Benevento e quanti San Giorgio vi sono in Italia e altrove. Specialmente il meridione è pieno di chiese i San Giorgio e di paesi che portano il nome del santo guerriero; il Santo è nel mondo intero. Il culto non solo si diffuse in Italia, ma anche in Oriente. Il Martire Cristiano discendeva da una nobile famiglia della Cappadocia Romana ed era Ufficiale del Corpo dell’ Imperatore Diocleziano e la leggenda ci ha tramandato che l’invidia, del medesimo imperatore, lo fece martirizzare nel 303 perché era forte e valoroso da uccidere un drago. Arechi ІІ, quando non volle più corrispondere l’annuo tributo a Carlo Magno e non volle far tagliare ai suoi scudieri la lunga barba, pensò a costruire i quindici Castelli difensivi e tra essi quello di San Giorgio, più come vigile sentinella che presidio armato numericamente essendo gia preesistente. Il perimetro del Castello di San Giorgio andava da Santa Croce all’inizio de Corso Claudio. Un misuro alto scendeva dal castello de è ancora visibile presso la proprietà eredi Guerrasio a Santa Croce: “ante portam majore castelli”. La porta maggiore del castello era a Santa Croce da ove aveva inizio la mulattiera che faceva giungere fin su, in dolce ascesa. Poi vi erano altre due porte che ancora si determinano con i due grandi gradoni del Pendino Scarano e De Caro, detto del crocifisso che è in fondo. Vi resta ancora, ben visibile e custodita, una porta più piccola, cioè secondaria, che immette nella proprietà del professore Domenico Rescigno. Ed è ben visibile ancora il condotto coperto ad arco. Costeggiava il muro una piccola strada che immetteva nelle diverse porte. I caseggiati si svilupparono tutti nel recinto murario del Castello. Lungo la stradina non v’era un’abitazione e le prime si ebbero a l Rione Casa Izzo, quando la popolazione aumento e il Castello, anno dopo anno,perdeva il suo primitivo valore. A testimoniare l’abitato del popolo nella cerchia del castello restano i numerosi gradoni. Quando lo spazio non poté contenerlo oltre si incomincio a costruire fuori della cerchia muraria. Se si darà uno sguardo ai primi gradoni si comprenderà meglio che l’abitato si sviluppò in altezza raggiungendo diverse decine di metri, ove ancora la gente vive, ma non vi sono più le porte eliminate col tempo. L realizzazione dei diversi ambienti del castello avvenne in “cacumene montis” e poiché a vetta era troppo aguzza fu, in parte, spianata verso il lato sud rimanendo il lato nord, cioè quello sopra Torello, allo stato naturale. Vennero realizzate poderose mura a secco spianando la vetta ed a sbalzi gettati furono realizzate le prime costruzioni fuori la cinturazione e furono addossate all’alto muro. Nel 1935, per allargare la strettissima Via San Giorgio-Santa Croce, fu abbattuto muro del castello Santa Croce. Rimaneva ancora un tratto di muro tra i due gradoni, ma anche esso fu demolito negli ultimi anni e venne costruito l’attuale palazzo. Il Castello, per secoli, pur se non più attivo, vide fino al periodo dell’ultima guerra Mondiale la popolazione del luogo andare a trascorrere, in cima, il giorno della Pasquetta. Durante gli anni 1934, 1935 e 1936 vi furono cantieri di rimboschimento e nel primo decennio si vedevano in crescita molti alberi, ma ciò che non fece la natura lo fecero le mani degli uomini che lo ridussero spoglio, cosi come ora si vede. Lo storico De Santis ci ha tramandato che principi di Salerno erano soliti recarsi sul castello di San Giorgio per trascorrere piacevoli giorni. Ora, il palazzo signorile un tempo con la caserma dei carabinieri, e quello attiguo che pure avevano la propria storia, essendo stati costruiti durante il Medioevo hanno lasciato spazio alle nuove abitazioni. I fabbricati, come erano le costruzioni del tempo, avevano internamente un cortile e esternamente il giardino che non era certamente un fazzoletto di terreno, ma misurava moltissimi metri quadrati. Ad esempio, quello che era all’angolo aveva un giardino che giungeva fino all’antico mulino, ora adibito a tante costruzioni. Durante il Tardo Medioevo, quando furono create le pubbliche gendarmerie, nelle stanze a piano terra dell’attuale Casa Comunale fu sistematoli carcere, detto allora “Corpo di Guardia”. Era l’ultimo lembo della costruzione dell’antico maniero ed attigua vi era un chiesetta che venne poi adibita a Beccheria ed era all’inizio di Corso Claudio, cioè alla Barra. Le abitazioni si incominciarono a sviluppare fuori dal perimetro del muro, quasi addossate ad esso, ma dopo la prima guerra mondiale, per allargare la strada fu necessari ridimensionare l’abitazione di Bartolomeo Iennaco, capo della gendarmeria locale. I locali ora appartengono agli eredi Izzo ed in uno molto piccolo vi e il sarto Rescigno, poi viene la gradinata e poi altro piccolo locale in cui, un tempo, vi era una beccheria. Ampliata la strada si dovette quasi piegare ad angolo retto, perché il Pendio Scarano era sporgente. Il dislivello esistente tra l’attuale piano stradale lo si deve al fatto che vennero realizzate delle cave di tufo giallo al piano sottostante che andavano dalla Casa Comunale a Santa Croce ed a Cortedomini. Tytto il alto destro da San Giorgio a Cortedomini sotto è vuoto per le cave di tufo giallo ivi cavate ed i vuoti sottostanti i caseggiati furono adibiti a “Cantine”. Verso i primi decenni dell’ottocento, poiché si scavava in profondità in una cava, verso Santa Croce, apparve l’acqua ed il clero locale diffuse la novella che era l’acqua di San Rocco. Come tutti i miracoli annunziati la gente accorse da tutte le parti e fu ottima raccolta di oboli per la Chiesa. L’ultimo avvenimento vi fu nel 1946, quando si diffuse la notizia che il quadro della Madonna lacrimasse. Il medesimo miracolo fu annunziato nell’anno 1946, una donna di San Giorgio, usci dalla chiesa gridando che la Madonna versava lacrime. Subito la notizia si diffuse e dai dintorni accorsero fedeli. La signora Aliberti era la moglie del comandante delle Guardie Comunali ed il parroco era Don Giudice.Fu un vero “businnes” che durò circa due mesi. Durò più giorni e la calca e cronisti e fotografi diffusero l’evento. Anche il clero andò i suoi osservatori, ma dopo due mesi non si parlo più di nulla, però il tempo fu indispensabile per raccogliere una somma sufficiente per riparare la chiesa e far costruire gli “scanni”. Dopo l’ultimo conflitto ebbero inizio le costruzioni delle prime case popolari e si dovette provvedere, durante uno spazio di tempo considerevole alla variante.Vennero poi costruite quelle dell’INA CASA a Piazza Mercato e scomparve l’orticello di guerra, ma le realizzazione migliore fu la copertura dell’ampio canale del mulino che separava le case del alto sinistro da quello stradale. La medesima copertura si ebbe anche sul lato destro di chi si reca a San Severino. Sorsero i fabbricati lungo la strada che conduce alla Ferrovia e quelli che uniscono San Giorgio a Via Piave. In San Giorgio, presso il feudo Malagola, furono presi gli accordi della congiura detta “Dei Broni” contro il re di Napoli, descritta dal Porzio. L’antica parrocchia di San Giorgio si chiamava Santo Stefano e la chiesa sorgeva sulla sinistra dove c’è la caserma dei Carabinieri. In tale chiesa, che rimaneva un po’ fuori dal centro abitato, quando venne costruita l’attuale, fu collocato il “Lazzaretto”, per i colpiti dalla peste, il cui flagello si verificò, sia pure con diverse forme,e definito con varie voci, più volte. Ci ricorda l’antichità della chiesa di Santo Stefano l’atto che trascrivo. Anno 959: “Terra nel Casale che confina con Santo Stefano”. Un altro atto e del 990 e riporta una donazione di terre da parte dei principi di Salerno Sichelgaita e Giovanni con il quale donano alla chiesa di Santa Maria de Domno di Salerno “quantum pratum habemus de ecclesia vocabulum sancti stefani in San Giorgi”. Nel 1806 San Giorgio viene appellata “de Apusmonte” presso il monte, cioè il castello allora conservò, fino al 1500, le sue funzioni, ma i militi erano ridotti soltanto a tre: il Castellano e due gregari. La zona “Apusmonte” comprendeva anche Siano, Roccapiemonte, Sant’Eustacchio e Piazza del Galdo. Nell’anno 1168, Quando IL Papa Alessandro III fece la divisione delle Parrocchie dell’Arcidiocesi di Salerno, assegnò la diocesi di San Giorgio tra quelle presbiteriane, sostituendo quella del SS. Salvatore di Aiello. Nel 1309 il vescovo di Salerno Reicetis Francisco Carracciolo, divise la Diocesi in “Castra” e vi officiò il parroco S. Guiglielmo “ecclesie Sancti Georgi” Nella vita vi sono stati sempre i traditori e la Chiesa ci ricorda Giuda, ebbene, anche nel 1486, quando il Castello di San Giorgio era ancora attivo e per la sua posizione inespugnabile, si ricorse al tradimento per farlo cadere. L’esercito di Ferdinando d’Aragona avanzò vittorioso e da Salerno era giunto a San Giorgio, dopo aver travolto la resistenza del grande castello di San Severino, che aveva una triplice cinturazione muraria. Il Re non vuole proseguire ed ha paura di essere sorpreso alle spalle dai soldati affluiti a difendere il Castello di San Giorgio.vi furono vari tentativi per espugnarlo, ma i balestrieri difensori non fecero giungere nessuno alle sue mura. I giorni trascorrevano, il Re era furioso e sguinzagliò le sue soldatesche a devastare la zona per fare arrendere i difensori del Castello. Il capo credeva di prendere gli assediatori per fame e fece occupare i castelli di Roccapiemonte e di Lanzara e quello di Bracigliano. San Giorgio è circondato, ma i difensori non si arrendono. Bisogna ricorrere all’inganno ed al tradimento e così fu fatto. Comandava la guarnigione il capitano Giovanni Antonio Capasimop, da San Severino e vi occorsero circa trenta giorni di trattative. Infine il 24 agosto il Capasimo ebbe una grande somma ed aprì la porta del Castello. Fu l’ultimo atto storico di difesa del Castello da parte dei suoi cittadini. Tra i documenti della Cancelleria Aragonese uno porta scritto del Capasimo: “PER ALCUNI BUONI RISPETTI, CHE’ HA VENDUTO LO CASTELLO DI SAN GIORGIO AL RE”. Non fu tradimento la vendita del Castello? Poiché la chiesa SS. Salvatore riuniva molti fedeli, quella di San Giorgio, non poteva avere il titolo di Parrocchia, ma tanto si fece e si adoperarono che nel 1515, il Cardinale Federico de Campo Fregoso, Arcivescovo di Salerno, riconobbe anche la chiesa di San Giorgio Parrocchia. Nel 1511, sempre il Cardinale di Salerno Federico de Campo Fregoso, per motivi noti, creò la chiesa di Siano che andava aumentando di anime e vi mandò Don Andrea Iennaco. Nel 1594, il 25 febbraio, l’Arcivescovo di Salerno Mario Bolognini accettò la richiesta dei padri di San Guglielmo da Vercelli della Badia di Montevergine e concesse loro l’autorizzazione di costruire, a fianco alla chiesa della Madonna delle Grazie, un convento nell’attiguo terreno “sub invocazione S. Maria Gratiarum” per suore di clausura. Così viene tolto all’antico castello, ormai non più attivo, tutto il terreno ora posseduto dalle suore e il perimetrale di cinta fu tolto in quel punto, ma rimase intatto fino a Santa Croce. Il parroco di San Giorgio allora presentò le sue rimostranze scritte, ma come sempre, la Chiesa sensibilissima ai problemi di fede aggiunse all’autorizzazione: “è concessa senza arrecare pregiudizio alla Mensa Arcivescovile, all’Arciprete di San Giorgio ed ai parroci specie per i “iura funeraria” e il monastero deve “in signum recognizionis” corrispondere ogni anno alla Cattedrale di Salerno, nel giorno di San Matteo, una libra di cera” Il Vicario Generale dell’Arcidiocesi di Salerno, Gioacomo Antonio Baocxich, il 25 aprile dell’anno 1729, per ordine dell’Arcivescovo Perlas, spagnolo, che morirà in maggio, un mese dopo, visitò la “Ecclesia Parrocchialis S. Marie Gratianorum terrae S. Giorni” (nota… Archivio Parrocchiale di Salerno, Atti Mensa Vescovile, prima filza) e la gente lo accolse così festosamente, tanto che il vescovo morì dal dispiacere. La più antica chiesa di San Giorgio però fu quella denominata Santa Maria alla Barra di San Giorgio, dove sorse l’ospedale. L’ultimo atto ecclesiastico di una certa importanza fu quello del 26 ottobre dell’anno 1840, con il quale Mons. Raffaele Zanzara, smembrò l’antichissima Parrocchia del SS. Salvatore di Aiello togliendole la cappella dello Spirito Santo di Cortedomini assegnandola alla chiesa di San Giorgio. Seguire a questo punto gli avvenimenti e la storia nei suoi tantissimi particolari comporterebbe riempire molte pagine, mi limito a riportare quelle notizie che credo più opportune per un quadro generale storico del Paese perché la stampa costa molto. San Giorgio non ebbe mai un vero e proprio padrone unico; il suo territorio fu diviso tra tanti proprietari, non sempre vivendo il loco, fu un territorio conteso e desiderato, per la sua via di transito. Ho scritto altrove dei suoi figli migliori che l’onorarono nel mondo e non solo l’illustre schiatta dei San Giorgio, dei Buretta, degli Alfano, ma di tante altre. I Logorio furono di Aiello, come lo furono i Butromile, i famosi, due d’Aiello. Ricordo ai lettori che durante il Medioevo gli uomini prendevano il cognome dal luogo dove erano nati i loro antenati. I Logorio donarono alla Chiesa del Salvatore un altare splendido, ora smembrato, i Butromile donarono le formelle di bronzo della chiesa di San Matteo facendole fondere in Costantinopoli ed incidere con argento che rappresentano quadretti di vita Biblica ed il Salvatore. La porta venne cantata dal d’Annunzio nel suo Inno “Il Sacramento”. Gloria passata di cui la memoria nella ha tramandato, forse o per incuria o per ignoranza, ma più di tutto fu demolito l’acquedotto Augusteo. Sono tantissimi i documenti scritti che direttamente o indirettamente parlano di San Giorgio e che se in esso fu realizzato il primo ospedale pubblico per i bisognosi della zona, vuol dire che il suo Barone era generoso. Ora del Castello, famoso un tempo, non resta più nulla, nemmeno il ricordo eppure nel 1500 furono spese dalla Regal Corte di Napoli ben “30 ducati” per le riparazioni necessarie. Il toponimo CASTELLO è quello che ricorda il paese San Giorgio, ma ahimè, nemmeno una pietra in suo ricordo! Se San Giorgio, per ovvi motivi, chiuse le porte ai suoi Garibaldini che lo salutarono partendo, non le poté chiudere alla Libertà d’Italia. Negli Archivi di Stato vi sono tutti gli Stati discussi dal Comune, dal 1870 in poi e seguendoli si potrà apprendere il suo evolversi, la sua consistenza patrimoniale, i suoi figli del tempo. A coloro i quali volessero approfondire l’argomento, oltre agli atti notarli depositati, nel copioso Archivio Angioino ed anche in quello in quello del periodo dell’occupazione Aragonese della terra da San Giorgio, vi è la grande miniera dell’Archivio della Santissima Trinità della Badia di Cava de’ Tirreni, ora Archivio Statale, nel quale sono raccolti gli otto grandi volumi che compongono il Codex Diplomaticus Cavensis, un complesso materiale pergamenaceo composto da 714 bolle di diplomi, 105 pergamene greche, 13 560 pergamene latine che sono una rara e preziosa fonte per la storia di San Giorgio. Ripeto, lascio ai giovani studiosi tante possibilità di approfondire l’argomento di cui ho accennato le vie per proseguire un radioso cammino. Ne trascrivo in sintesi uno perché dovrò riprendere la parte storica. Nell’anno 1800 il Bilancio, con una cospicua somma, fu chiuso in attivo, eppure erano tante le voci e si aiutavano le giovani bisognose con un corredo, anche se non copioso; si davano ai contadini i terreni comunali per avviarli con l’enfiteusi; si aiutavano i coloni con il monte frumentario, si “sbrecciavano” le strade e si disponeva la costruzione di altre, si ripartivano le ore delle acque irrigue del fiume Saltero; si aiutavano le chiese bisognose e si pensava al cimitero ecc. Anche nel campo educativo, San Giorgio, non fu secondo agli altri Comuni del circondario e nel 1871 aveva 3184 abitanti e fece la seguente ripartizione delle scuole: S.Giorgio con Cortedomini abitanti 450 cl. 4: due m. e due f. Santa Croce “ 144 “ 1: una m. e f.(mista) Santa Maria a Favore “ 271 “ 1: una m. e f.(mista) Aiello “ 418 “ 1: una m. e f.(mista) Campomanfoli “ 225 “ 1: mista Ι-ΙΙ-ΙΙΙ Torello “ 529 “ 1: una m. e f.(mista) Lanzara – Fimiani “ 611 “ 4: due m. e due f. Castelluccio “ 538 “ 2: miste Ι-ΙΙ-ΙΙΙ In quel tempo venne istituita, in San Giorgio, la Direzione delle Scuole ed il Direttore doveva sorvegliare anche quelle di Roccapiemonte, di Siano e di Bracigliano. L’Università di San Giorgio, fin dal suo primo costituirsi, adottò il labaro di San Giorgio che dal cavallo focoso infilza il drago, stemma di cui si insignirono i San Giorgio, tra i più famosi furono: Riccardo di San Giorgio, Signore di San Giorgio, Giustiziere della Capitanata (Foggia) di Abbruzzo Citro e Capitano di guerra di Salerno; Gentile da San Giorgio, padrone di San Giorgio, di Otranto, di Casalfano, di Pietracatello, di Cariati, di Francavilla, di Cerenzia, di Casalbono e del feudo di Rossano Calabro; capitano generale in Principato, Terra di Lavoro e del ducato di Amalfi, indi Capitano generale e giustiziere di tutto l’Abruzzo ed ambasciatore al re di Francia e Regio Consigliere della Corona… Il barone Roberto di Sangiorgio, fu nobile e generoso, come tutti i suoi parenti e donò territori a chiese ed a conventi e così è scritto in un atto “: Roberto Iulius Qm.D.ni Turgisii offre a Pietro Rector et custos di pubblica strada, cioè l’Aquilia, e con il fiume Saltera”. Anche un Bernardo Sangiorgio fu generoso ed era Marchese di Montefalcione, Barone in San Severino e Barone del Castello di San Giorgio e del feudo di Paterno. Nel 1230, “Roberto, Sign. Di San Giorgio, figlio del Qm. Riccardo, detto de Avenabulo ad offrire al medesimo monastero “la metà del feudo della Starza del Salvatore al Monastero”. Il feudo del Salvatore era molto grande perché comprendeva tutto il territorio dell’antica colonia Romana di Aiello e l’attuale strada Lanzara non è altro che l’antico decumano della colonia che giungeva al villino del Dr. Bari Vincenzo in San Giorgio. Riporto un atto ancora dei Sangiorgio degno di essere incluso in questo capitolo su San Giorgio: “Anno 1310, Berardo de Sangiorgio, signore di San Giorgio e Casali, di Saliceto e di altri feudi, nell’istituire erede della sua fortuna il figlio Berarduccio, ordina che fondi un OSPEDALE in San Giorgio nelle sue case a la Barra e lascia dieci once d’oro l’anno, da prelevarsi dalli introiti della sua terra. Di S. Giorgio, ai frati di M. Dn, perché ne prendano cura” (nota… Il diploma viene riferito dal Passerino nella sua raccolta delle donazioni all’Abate di Materdomini). E non sembra poco per noi quando la generosità dei Sangiorgio fu tale da volere in San Giorgio, nella loro proprietà alla BARRA, un ospedale per la gente bisognosa. Molti furono gli ammalati che guarirono in quell’ospedale perché i generosi medici della Scuola Medica Salernitana, venivano a turno a prestare la loro opera gratuita e tra i quali vi fu anche la nobile dottoressa Trotula De Ruggiero, prima ostetrica del mondo, di cui si conservano in Salerno, tutti i ferri indispensabili per i parti. Quando in San Giorgio, durante il periodo della guerra in Africa Orientale sostò per oltre un mese il Principe di Napoli Umberto di Savoia, futuro re d’Italia, che morirà poi in Portogallo, certamente fu per il Comune un periodo di tempo di massimo onore, perché vi fu l’intero reggimento del Genio Costruttori che realizzò sul Partenio la strada che giunge fino al campo di sci che ricorda il costruttore. Sul primitivo Laboro del Comune, a grandi lettere ricamate con fili d’oro, i signori gloriosi Sangiorgio, fecero porre il loro motto: “PRO FIDE ET PATRIA”. Il Comune di San Giorgio non è molto antico e la sua data di nascita è quella della legge del 1806 quando Gioacchino Murat re d’Italia e cognato di Napoleone, abolì la feudalità. Furono incorporati terreni feudali e demaniali e l’inaugurazione avvenne il 26 Gennaio del 1810, quando venne smembrato lo stato dei Sanseverino e nell’ambito di esso furono costituiti sei indipendenti comuni: Mercato San Severino, Montoro, Castel San Giorgio, Fisciano, Galvanico e Baronissi. La terra dei San Giorgio fu sempre cara ai Sanseverino che avevano dei possedimenti ampi come quelli di un regno. Infatti quando nel 1358 mori Tommaso ΙІІ Sanseverino si fece costruire nella chiesa di Sant’Antonio dei frati minori di San Severino, un mausoleo di Tino da Camaino che è tra le più importanti sculture trecentesche dell’Italia meridionale. Il principe Tommaso, vestito del saio francescano, è ricomposto nella solennità della morte. Lo stemma dei Sanseverino è uno scudo con banda rossa in campo d’argento, è ripetuto tre volte nella lastra superiore e sei volte nei triangoli mistilinei tra gli archi che racchiudono le figure dei Santi; Paolo, Agnese, Caterina, Alessandra, patrona della Scuola Medica Salernitana, S. G. Battista e S. Pietro. Sotto vi sono quattro figure marmoree che rappresentano le quattro vitù: Fede, Giustizia, Fortezza e Temperanza. La scritta tombale è: “Hic Jacet corpus magnifici viri Thommasii de Sanctis Severino comitis / Marci, Baroniarum Sanctiseverini, Cilenti, Lauriae, et CASTRI SANCTI GIORGI”. A fianco vi è una pietra tombale con figura a rilievo di Scipio De Sanctis, barone della terra di San Giorgio, anno 1580. Nell’anno 1212 un De Santis ebbe il Marchesato di Montefalcione e la baronia di San Giorgio e di Paterno, ma molti atti sono scomparsi ed il Comune è il più misero di documenti storici mandati al macero, mentre fino all’ultimo conflitto mondiale vi rano quelli dei censimenti, delle nascite e dei morti dal suo costituirsi, perché vi attinsi le date di nascita e di morte, per la lapide nella mia cappella al Cimitero, dei miei nonni. In San Giorgio i discendenti di Turgioso de Rota furono magnanimi e generosi con le chiese e specialmente con il Santuario della Madonna di Materdomini. Vi sono negli archivi notarili diversi atti con le loro donazioni e ne trascrivo alcuni. “Anno 1172. Roberto filius Qm D.ni Turgisii offre a Pietro la Regina fondatore di Materdomini alla starza detta del Salvatore in San Giorgio, confinante con la pubblica via e con il fiume Saltero una vasta terra”. “Nel 1172 con un’altra donazione Roberto offre due terreni esistenti alla Selice”. “Anno 1171 Guglielmo di San Giorgio dona a Pietro la Regina un castagneto vicino alla chiesa ubi Salvator dicitur”. “Nel 1174 Pietro del fu Roberto del castello di S. Giorgio largisce sette terre nelle pertinenze di Nocera a Pietro la Regina”. “Nel 1175 ancora Roberto di S. Giorgio dona beni del monte Sant’Angelo della Costarella che si estendono tra San Giorgio, Corani, Costa e Carifi”. “Nel 1178 v’è un’altra donazione ad Turullum (Torello)”. “Nel 1181 v’è un’altra donazione di un fondo in San Giorgio, subtus Ecclesia Santa Crucis, ubi Ullara dicitur”. “Nel 1193, il milite Riccardo Sangiorgio con il consenso della moglie Sorella, figlia del Barone Riccardo Sangiorgio, offre la decima parte del latifondo alle Lenze”. “nel 1196 v’è un’altra offerta di terreni ad Campum Manfoli, in Valesana”. Le donazioni sono numerose perché allora veramente la fede Cristiana si sentiva e si praticava e quando vi era da erigere una chiesa o un monastero v’era il concorso unanime di tutta la popolazione, ricca o povera. Chiudo il capitoletto con considerazioni che ricordano la mia adolescenza e dare al lettore la possibilità di trarne le sue. Il Comune di Castel San Giorgio ha proprietà sui monti di Torello e di Santa Croce per cui in Torello avvenne che il Guardaboschi uccidesse un povero sarnese che raccoglieva legna secca per ardere con due pallettonate, ma l’avv. A Tesauro pensò a farlo uscire dalla galera. Allora si rubava la legna, ora i miliardi! In Santa Croce, un tizio, aveva in fitto la montagna del Comune e per evitare che la gente potesse rubare l’erba divulgò che in quel luogo uscisse un serpente con le corna, mentre egli si faceva aiutare a mietere l’erba dalle povere donzelle che disponeva. Era sempre la povertà ad indurre a tali turpi azioni, perché allora l’erba veniva raccolta ed in fasci venduta lungo le strade, oppure, dopo la mietitura la si faceva essiccare e poi s’intrecciava e venduta durante l’inverno. Quanta evoluzione in mezzo secolo! Un tempo si mieteva l’erba dai monti per vivere, ora vengono bruciati e le campagne abbandonate. Quanta povertà di ritorno nel 1997 v’è in Italia! Sono sette milioni i poveri e pochi i ricchi Epuloni. “O tempora; o mores!” (Cicerone, Catilinaria I). |
||
|
La Storia del nostro comune è stata curata dal Prof. Generoso Iennaco, a cui va un doveroso ringraziamento da parte di tutti i cittadini del nostro territorio. Fonte : Le Frazioni di Castel San Giorgio - Edizioni Sessa - Lancusi |