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di Tsui Hark, con Honglei Sun,
Chia Liang Liu, Leon Lai, Duncan lai, So-Yeon Kim, Liwu Dai,
144 min.
Le
sette spade sono 7 (lapalissiano?), come i samurai
di Kurosawa, a loro volta esportati nell'estremo West
degli States (I magnifici sette). Perché Kurosawa
e perché il western, una razza specifica di western,
lo diremo fra un po'. Tsui Hark (da leggersi Cioi Ork)
è (ehm, era) un autore fondamentale per la propulsione
del cinema di Hong Kong e, successivamente, di quello
cinese in toto. Apprezzato e audace produttore (dai
primi film di John Woo a Storie di fantasmi cinesi),
mirabolante regista di film wuxia-pian (in sostanza
i film di arti marziali). Basti citarne uno per tutti:
Blade (1995), film
non distribuito in Italia e trasmesso in notturna dal
solito Fuori orario qualche anno fa, ambientato nella
Cina che fu: storia leggendaria di un esperto di spade
e di arti marziali, monco ad un braccio. In qualche
modo quel film rappresentava il ritorno del wuxia-pian
supportato da mezzi produttivi ingenti e da una sapienza
formale autoriale. Combattimenti estremi, con la camera
spesso piazzata al centro dello scontro (Leone e Peckinpah
avranno contato qualcosa?), tra mille acrobazie registiche,
ma scevra di effettacci fin troppo esibiti nei combattimenti
dei film successivi. The Blade è stato l'antesignano
di quei film prodotti a iosa negli ultimi tempi: La
tigre e il dragone, Hero, La foresta dei pugnali volanti.
Tutti fanno leva su storie leggendarie, che hanno nel
mito e nell'azione il loro punto di forza. Ma laddove
Ang Lee e Zhang Ymou sono eterei, fantastici, danzanti,
patinati, the Blade era sulfureo, terragno, enigmatico,
indecifrabile. Laddove i primi sono aerei, solari, ariosi
con grandi campi lunghi, the Balde entrava nel cuore
delle cose, amava il dettaglio, era oscuro, concentrato,
sfaccettato.
Tsui Hark, poi, ha cominciato ad avere seguito anche
in occidente (Once upon a Time in China). Questo è
il punto. Osservate il titolo di questo suo film. Chiaramente
è ispirato a Sergio Leone (Once upon a time in
America). Cos'ha fatto Tsui Hark nel suo ultimo film?
Ha preso un formato wuxia-pian, l'ha riplasmato con
inserti dall'estremo Oriente e dall'estremo Occidente.
Da una parte Kurosawa, col suo cinema epico (jidaigeki)
ed incentrato sull'azione, sullo sguardo che diventa
mito, umanesimo, racconto del tempo in spazi realissimi
e, insieme, onirici, grazie ad un montaggio inconsueto
che alterna tagli rapidissimi e respiri ben più
ampi. Dall'altra parte l'epos negativo di Leone: la
violenza che scoppia sotto i nostri occhi, la costruzione
e demolizione di un mito, il west. Un cinema postumo
al western stesso in uno stile che sa miscelare la potenza
dell'originario al tramonto di un'epoca forse mai esistita
(ancora una volta il tempo come protagonista, badate
bene). Dunque l'armonia della spada nella quiete d'Oriente
e l'eccesso della pistola nelle lande infernali dell'Occidente.
Ora prendete tutto questo, centrifugatelo per bene,
ed in una cornice di cappa e spada viene fuori Seven
Swords (anteprima al Festival
di Venezia 2005, la più orientale città
dell’Occidente, insomma, un po’ affetti
da mal d’oriente lo siamo, così come i
Cinesi lo sono da mal d’Occidente). Un cinema-fusion
della stessa lunghezza di quei lenzuoli non sufficienti
a coprire il letto, che quando li si tende da un lato
finisce sempre che si resta scoperti da un altro. Morale
della favola: Tsui Hark ha girato un polpettone in cui
lo stile è vittima di una schizofrenia paranoide,
la camera è puntualmente posizionata nel posto
sbagliato, i personaggi sono poco più di figurine.
Metteteci la mania del kolossal, con venature fantasy
(facciamo Il signore degli anelli, per esempio, ben
intuibile in alcuni tratti del film, specie nella fuga
verso i ghiacci del Kinshan: lì se ci fosse stato
Frodo insieme a qualche nano sarebbe cambiato poco),
un pizzico di sentimentalismo quale solo il peggior
Spielberg sa tirar fuori ed ecco che la frittata è
fatta.
Le mode, si sa, hanno vita breve.
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Luigi
Metropoli |
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