Musica, Arte & Cultura
Lunedì 16 Maggio 2005

 

 


Saimir

Saimir di Francesco Munzi, con: Mishel Manoku, Xhevdet Feri, Lavinia Guglielman, Anna Ferruzzo. Italia 2004

Asciutto. E’ l’aggettivo che meglio si adatta allo stile di regia. Saimir è stato presentato al Festival di Venezia nel 2004. Da alcuni giorni è visibile nelle sale. Invisibile per quelle salernitane, volendo essere pedanti. Immagino che lo resterà per sempre, a meno che lo sguardo lungo di don Andrea Vece non si soffermi su questa pellicola e la recuperi in uno dei suoi celebri cineforum al Fatima, di gran lunga (non lo smetterò mai di ricordare) la miglior sala della provincia.
I luoghi del film (il lungomare di Fregene, Civitavecchia, Torvaianica, Roma) nella loro fatiscenza e degrado riportano alla mente le borgate di Pasolini; la non invasività della macchina da presa ammicca a certo neorealismo; l’asciuttezza dello stile, tutt’altro che compiaciuta, e l’indugio della mdp sul protagonista, in un tentativo di pedinamento, guarda ai fratelli Dardenne; la denuncia sociale (con un film a tema) a Ken Loach. Questo ad un primo impatto potrebbe venir fuori dalla visione del film. Tuttavia insistere su nomi celebri rischia di indebolire il discreto esordio di Francesco Munzi: il regista non è Pasolini, non è i fratelli Dardenne, non è Loach, né tanto meno Dumont. Il suo film si muove su di un profilo basso, perseguendo il suo obiettivo: quello di mostrarsi come pellicola non banale.
Saimir è un ragazzo di 16 anni, albanese che vive in Italia. Il padre è una pedina nel grosso scacchiere del mercato clandestino (come non pensare per un attimo a Lamerica di Amelio, solo per un attimo?). Entrambi vivono la speranza di una vita normale ed integrata, ma nessuno dei due riesce a scrollarsi di dosso la loro attuale esperienza.
I pregi dell’opera di Munzi vanno cercati proprio in questo esordio non urlato, in questo stile trattenuto, volutamente non roboante. Vanno cercati nel volto del protagonista Mishel Manoku, nell’ottima prova di Xhevdet Feri, nei panni del padre di Saimir e nella splendida, agghiacciante fotografia con il suo digitale “sgretolato”.
Qualche incertezza nella sceneggiatura è concessa (troppi personaggi collaterali, qualche incoerenza e divagazione nello sviluppo della trama, qualche ellissi di troppo), si perdona finanche l’insopportabile sequenza sulla spiaggia in cui Saimir amoreggia con la ragazzina italiana di cui si è innamorato, a cui fanno da pendant le splendide riprese con il mare in tempesta durante il matrimonio tra il padre di Saimir e la sua compagna italiana: qui, perdonatemi un ulteriore ricorso ad un nome, verso cui sicuramente Munzi ha qualche debito: quello di Antonioni. L’analogia tra lo stato d’animo del padre e il clima atmosferico, la sproporzione tra gli oggetti, i personaggi inquadrati e il perimetro dell’inquadratura stessa, lo smarrimento di un centro di gravità nella gerarchia del profilmico rimanda naturalmente al grande cineasta ferrarese. Infatti, l’errore che si può fare dinanzi al film di Munzi è quello di spostare l’asse verso l’esclusiva denuncia sociale e sottovalutare i tortuosi rapporti tra il protagonista e il mondo che lo circonda (nonché le spinte più sotterranee dell’io), rapporti che implicano una confusa volontà di ribellarsi e la mancata risolutezza nell’intraprendere questa sfida. Un dramma di anime prima ancora che un dramma sociale.
Attendiamo Munzi al secondo film, l’operazione più difficile, per capire se il suo stile può considerarsi maturo.
Qualche riflessione di ordine socio-economico: il film era proiettato in una sola sala di Milano. Se il capoluogo milanese è citato come il centro di massima distribuzione di pellicole, comprese quelle più “extravaganti”, possiamo concludere, con una certa amarezza, che in Italia il problema della distribuzione cinematografica è ancora lungi dall’essere risolta. Se, ancora, scopriamo che parte dei fondi per girare Saimir provengono da MEDIA, importante programma della Comunità Europea per supportare le realizzazioni audiovisive, allora vuol dire che l’Italia da sola non è in grado di condurre una politica che salvaguardi il giovane cinema nazionale.
Ma questi sono altri problemi sui quali è meglio tacere...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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