
Absolute di Romed Wyder, con Vincent Bonillo, Irene Godel, François Nadin, Delphine Lanza.
Svizzera, 2004.
Tra i film visti a Linea d’ombra a Salerno, che, con buona pace dei cinefili, resteranno invisibili nelle sale per vari problemi (non è questa la sede per elencarli), c’è lo svizzero Absolute.
Il film ha una struttura complessa, a scatole cinesi, il cui fondo non può emergere per inaspettata confusione e interscambiabilità dei piani. Detto così potrebbe sembrare un film bizzarro, giocato esclusivamente sul montaggio, nonché mancante di una solida trama da raccontare. Tutt’altro…
Absolute si ispira ad un fatto realmente accaduto: due giovani cercano di sabotare, con un virus informatico, il summit dei potenti della terra che si terrà di lì a pochi giorni a Ginevra. Sospettato uno dei due (qui la trama sembra fantascientifica, ma c’è più di un fondo di verità!) lo si sottopone, dopo un pretestuoso malore capitatogli (finto, per giunta), a dei trattamenti che vanno a stimolare, apparentemente, solo la sua memoria, ma in realtà agiscono sul linguaggio. In questo modo il malcapitato, inconsapevolmente, accenna a quanto accaduto… A questo punto il film diventa una sorta di thriller on the road, fatto di sospetti e inseguimenti continui fino alla conclusione che non raccontiamo (qualora a qualcuno possa capitare, per un colpo di fantascientifica fortuna, di riuscire a vedere un film privo ancora di casa di distribuzione). Si insiste su un clima claustrofobico, marcato ancor di più dal formato della pellicola: un digitale dal taglio piccolissimo, adatto più ad una tv che non al cinema: esso stesso si dà come scatola, contenitore.
A parte la trama, come scrivevo, il film gioca su una reversibilità di piani onirici e reali, fino a dissolverli uno dentro l’altro. Tutto è finzione? Peggio, la realtà è un gioco pericolosissimo, un gioco di ruoli in cui i più deboli, inevitabilmente, soccombono. Absolute è uno di quei film che stanno lì a ricordarci come la vita reale è spesso più inverosimile della finzione e la supera di slancio su ogni possibile bizzarria, e soprattutto che il confine tra realtà e finzione non è poi così netto, come si potrebbe ingenuamente immaginare.
Il film è congegnato benissimo, con una partenza pronta a sorprendere lo spettatore e a disorientarlo: si vedono delle scene di violenza per strada, all’insegna di un realismo a tratti anche cinico. Invece scopriamo che quello è un telegiornale e le immagini provengono da una tv. Ecco quindi che il gioco è subito in atto, lo slittamento di piani genera immediata confusione ed imprevedibilità. Tutto il film scivola su queste superfici che si riversano le une dentro le altre senza soluzione di continuità e, soprattutto, senza potersi adeguatamente definire. Un caos che riproduce la vita.
Sorprende ancora, a film apparentemente concluso, un’intervista che il regista tiene alla ragazza (vera!) dell’uomo che nella realtà ha subito davvero quanto il film ha raccontato. Un ulteriore slittamento e capovolgimento di piani, stavolta amaramente spiazzante, a conclusione di un film che si tiene in una cornice finzione/verità indecidibile.
E’ singolare ravvisare come nel 2004, oltre a questa pellicola, siano stati realizzati 2 film simili nella struttura che si articola tra onirismo e realtà, tra quanto immaginato e creduto reale (e reale non è) e quanto reale lo è davvero, giocando proprio sugli slittamenti di piani. Si tratta de L’uomo senza sonno e Se mi lasci ti cancello (quest’ultimo, a modesto parere di chi scrive, il miglior film della stagione 2004-05 fino a questo punto, felice incontro tra l’immaginifico sceneggiatore Charlie Kaufman e il grande regista di videoclip Michel Gondry). Sebbene tanto diversi, i due film hanno questo tratto comune. Per quanto riguarda Absolute è invece quasi spontaneo indicare come precedente (fatte le dovute proporzioni e considerando gli approcci e gli obiettivi diversi) un regista illustre: il Cronemberg di Videodrome e Existenz.
Speriamo che il film di Wyder possa passare al più presto nelle sale, almeno in quelle svizzere.