Musica, Arte & Cultura
Venerdì 29 Aprile 2005

 

 

In cattività

Quintorigo, ovvero cinque musicisti, cinque performer la cui duttile scrittura su pentagramma permette di aggirarsi entro mondi sonori vasti e sovente impervi, dai saliscendi vocali inaccessibili emessi da Tim Buckley e Demetrio Stratos alla violenza elettrificata della chitarra di Jimi Hendrix, dallo swing di Paolo Conte al pop multifacciale di David Bowie.
Tutto questo, è bene evidenziarlo a chiare lettere, senza avvertire, né fare avvertire all’ascoltatore, la necessità di offrire ai mostri sacri di volta in volta scomodati la cauta riverenza dell’esploratore novello. Armi alla mano molto esigue, almeno apparentemente: un sax, un violino, un violoncello, un contrabbasso, una voce.
Segnalatosi all’attenzione del pubblico per la doppia partecipazione Sanremese - con due brani profondamente sincopati che, manco a dirlo, non riscossero il plauso dei palati grossi di gusto nazional-popolare - il quintetto romagnolo ha pubblicato ad oggi tre album, Rospo (1999), Grigio (2000), In cattività (2003).
Dei primi due dischi si può dire, in breve, che si tratta di opere colte ed estrose, capaci di attualizzare le eclettiche doti compositive dei Quintorigo, evidenziando la spiazzante disinvoltura di questo ensemble da camera alle prese con l’hard rock, il jazz, il gospel, la pantomima.
Ma nel terzo disco si compie un ulteriore salto di qualità, il gruppo si avvale della collaborazione di un’ orchestra filarmonica rumena e da sfogo, se possibile ancor più liberamente che in precedenza, alla bizzarria ispiratissima che è segno distintivo di ogni traccia del disco, rifinendo minuziosamente ogni dettaglio nella fase di missaggio.
Si parte da una ninna-nanna, e con la medesima, diversamente declinata, si termina.
In mezzo sta la virtù, ostentata, schizofrenica, roboante, dei Quintorigo.
Illune” è il titolo di questa poco rassicurante introduzione che evoca creature nascoste dalla luce del giorno, in un crescendo di archi e voce che esplode in un Elogio dell’Ombra teso e sofferto.
Clap Hands” è una cover di Tom Waits che graffia e seduce, giocando, come molta parte del disco, con l’ ironia (la voce roca di Waits viene assimilata a tal punto dal duttilissimo vocalist John Di Leo che sono inevitabili alcuni colpi di tosse), “U.S.A e getta” è un carnevalesco coacervo di fanfare, coretti, vocalizzi buffoneschi, assemblati come in incubo sonoro di Kurt Weill (ma viene da pensare anche al Nightmare before Christmas di Tim Burton).
Segue “Dimentico”, brano di eleganza infinita per piano, sax contrabasso e voci, in cui compare anche Ivano Fossati, arrangiato à la Wyatt (con, a corredo, mugugni e vocalizzi che riecheggiano quelli del Maestro di Canterbury e ne sanciscono la inequivocabile derivazione).
Si passa poi per una sorprendente cover di “Night and day” di Cole Porter, per una sontuosa autocover di “Deux hereus de Soleil”, arricchita dagli ottoni e dai piatti dell’orchestra rumena e da vocine aliene in stile Air, e si giunge ad una suite in tre parti, “Raptus”, che riserva due novità assolute per il gruppo: la ritmica, per la prima volta sostenuta dalla batteria, ed un testo, ispirato ad un racconto di Manganelli, scandito da un recitato-rap. C’è poi tempo per riconoscere ulteriori citazioni stratificate all’interno di questo caleidoscopico divertissment, Bruno Lauzi, i Pink Floyd, Elvis Presley.
Infine, come si diceva sopra, torna quella ninna-nanna che aveva dischiuso l’uscio verso questo mondo popolato da singolari suoni e personaggi, come fosse stata una breve parentesi onirica da cui ci si ridesta lievemente disorientati.

Pino Iorio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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