Musica, Arte & Cultura
Giovedì 28 Aprile 2005

 

 

Il resto di niente

Ritratto sentito di una delle più importanti figure femminili di tutti i tempi: Eleonora Pimentel De Fonseca (Maria de Medeiros - Pulp Fiction). La rivoluzione napoletana del 1799 raccontata dalla vita di questa donna straordinaria completamente presa dall'ideale democratico ed egalitario. Il film parte dalla fine della vita della nobile portoghese per ripercorrerne le tappe più importanti in un continuo andirivieni. La nascita del salotto di casa Fonseca, i germogli degli ideali rivoluzionari, la costituzione della repubblica partenopea e infine la prigionia e la morte nella pubblica piazza, sono questi gli eventi principali su cui gioca l'"amarcord" del film. Un ritratto intenso di una donna eterea, una sorta di santa martire il cui Dio era la libertà della gente. Gli incontri col filosofo Gaetano Filangieri (Enzo Moscato) e i suoi insegnamenti, con i compagni rivoluzionari Gennaro (Rosario Sparno), Sanges (Raffaele De Florio) e Pasquale Tria (Riccardo Zinna) fino al rapporto con la serva di casa e prostituta Graziella (Imma Villa) presa sotto la sua ala protettiva come fosse la figlia che non aveva mai avuto nonché simbolo del popolo di cui la nostra era profondamente innamorata. In un film in cui le vicende personali si intervallano con gli eventi storici, le prime rendono meglio delle seconde cinematograficamente velocizzando il ritmo della narrazione. Grazie alla regia di Antonella De Lillo e le musiche del grande musicista jazz napoletano Daniele Sepe, il film riesce a ricreare a pieno le atmosfere e le condizioni in cui versava la popolazione napoletana di quel periodo di profondi cambiamenti. Non manca la critica storiografica che fa capo a Vincenzo Cuoco secondo la quale il motivo del fallimento della rivoluzione era da imputare alla profonda divisione tra gli intellettuali rivoluzionari e la gente comune più incline alla causa Sanfedista. Problema di cui Eleonora si era resa conto rapidamente e a cui aveva provato a porre rimedio con il suo giornale "Il monitore napoletano", abilità giustamente evidenziata nel film. Un film a metà tra speranza e critica alla società che, nonostante siano passati più di duecento anni, stenta ancora a riconoscere e seguire le grandi persone. Tratto dall'omonimo capolavoro letterario di Enzo Striano, il film pur riproducendolo fedelmente ne eguaglia la bellezza solo in alcune parti come spesso succede per le trasposizioni cinematografiche.

Vincenzo Sbrizzi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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