Definire straordinario “Million dollar baby” significherebbe sminuirne a parole il valore. Non esageriamo se definiamo il film di Eastwood il migliore degli ultimi anni. Frankie Dunn (Clint Eastwood) è un allenatore di boxe ferito dalla lontananza della figlia e iperprotettivo nei confronti dei suoi pugili. Eddie "Scrap Iron" Dupris (Morgan Freeman) è il suo unico amico, un uomo che ha dato tutto alla boxe e ai suoi sogni e si accontenta di vivere coi cocci di se stesso. Big Willie Little (Mike Colter) è il suo pugile migliore ma lo pianta in asso alla vigilia dell'incontro per il titolo, e proprio quando a Freddie non è rimasto più nulla arriva Maggie (Hilary Swank) una ragazza che dalla vita non ha avuto quasi nulla e quel poco che ha, l'ha ottenuto combattendo. Il suo sogno è vincere il titolo mondiale e Freddie deciderà di condividerlo con lei. Da questo momento si instaura un rapporto tanto bello quanto strano. Un rapporto padre-figlia (anche Maggie soffre la mancanza del padre morto) in cui ognuno rappresenta l'unica cosa al mondo per l'altro. Intenso e commovente ti costringe a stare teso come le corde di un ring, quello stesso ring che Eastwood adotta come metafora della vita. Il suo personaggio, Frankie, ha sofferto troppo e suoi rimorsi di coscienza gli consigliano di tenere sempre alta la guardia, di "non smettere mai di difendersi" come ripete spesso a Maggie. Ma per Maggie il suo sogno vale quanto la sua stessa vita, e per lei vivere significa raggiungerlo. Straordinaria dall'inizio alla fine del film, la Swank (Oscar e Golden Globe come miglior attrice) entra di diritto nelle grandi di Hollywood. Ottimo come sempre Morgan Freeman che si trova a meraviglia nel personaggio intimista che interpreta. Bella la fotografia di Tom Stearn (Mystic River) che non sbaglia una scena, così come il grande capo Eastwood che con mano sapiente tiene a bada la sceneggiatura di Paul Haggis, dagli innumerevoli spunti di riflessione, che nelle sue mani non diventa mai stucchevole, ma di una profondità straordinaria. Una regia autoritaria, semplice e intensa come quella dei grandi, che elegge Eastwood a miglior regista vivente. Vincitore di 4 premi Oscar e 2 Golden Globe, insufficienti però a renderne a pieno la bellezza. Voto 10.