Castel San Giorgio News
Mercoledi 9 Febbraio 2005

 

 

Alla luce del sole

Alla luce del sole (Ita, 2004) di Roberto Faenza, con Luca Zingaretti, Corrado Fortuna, Giovanna Bozzolo, Alessia Goria.

Don Puglisi era un prete di quartiere, qualcuno direbbe "di frontiera". Il suo impegno per la gente di Brancaccio, le sue denunce in un clima invivibile ne hanno fatto un prete modello: nell'immaginario collettivo è un eroe.
"Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi", sentenziava amaramente Bertolt Brecht. La Sicilia conta già troppi martiri, ma la guerra con la mafia è ancora tutta da combattere.
"Io non sono un eroe", dice don Puglisi (un bravo e credibile Luca Zingaretti) nel suo personale orto degli ulivi, alla vigilia del suo martirio. Un Cristo dell'era contemporanea, un uomo semplice, così lo presenta Roberto Faenza nel suo film. Il regista ha, tuttavia, sprecato una grande occasione. Il suo, più che un film di denuncia, è un racconto sugli ultimi 2 anni di vita di Pino Puglisi. Faenza non si cura di fare indagini, di ricercare e analizzare accuratamente le cause di una situazione socialmente disarmante. Si limita ad abbozzare caricaturalmente un piccolo politico corrotto, a tratteggiare i mafiosi come delle comparsate venute fuori da Scarface, con pacchiane collane e camicie puntualmente sbottonate per far mostra di petti villosi. Ci mostra padri di famiglia collusi o omertosi, ritratti privi di spessore. Nessuna interrogazione sulle connessioni tra mafia e politica, nessuna inchiesta sulla latitanza dello Stato, nessuna indagine su un potere invisibile eppur capillarmente presente, nessuno spaccato di quella realtà che bisognerebbe più spesso mostrare, in modo da indurre continuamente la gente a ricordare cos’è la mafia e cosa significa vivere al quartiere Brancaccio. Avrebbe potuto trarne un film di altissimo impegno civile e statura morale, un suo personale Salvatore Giuliano o Le mani sulla città. Niente di tutto questo: i soliti stereotipi dei film di mafia, con un finale consolatorio, per giunta! La lotta di don Puglisi per la legalità si riduce alla mostra di un paio di piccole conquiste, senza evidenziare la battaglia pericolosissima per ottenerle. I tanti bambini che compaiono nel film sono uno strumento per spingere il pubblico a commuoversi, un intento ricattatorio, perché al di là di una lecita commozione non c'è altro, non c'è approfondimento. Resta la buona interpretazione di Zingaretti e la sua delicata umanità nel ricreare il personaggio, in particolar modo nelle sue private paure.
Avrebbe avuto più senso concludere il film con uno sguardo sul degrado del quartiere, mostrando qualcosa che potesse realmente smuovere, evitando di far affidamento su una retorica qualsiasi, avendo il coraggio di guardare in faccia alla realtà di Brancaccio, di Palermo, della Sicilia, del Meridione tutto. Film del genere devono porsi l'alto obbiettivo di creare una coscienza critica nello spettatore, di modo che quest'ultimo continui ad interrogarsi anche fuori dalla sala, a rendersi partecipe, ragione attiva di una battaglia che ha il dovere di affrontare ognuno di noi. Invece si rischia di far scivolare lo spettatore in un'anonima e inconcludente commozione, sorella di quella rassegnazione che non può tradursi in riscatto.

Luigi Metropoli

 

 

 

 

 

 

 

 

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