The Aviator , (USA, Giappone, Germania, 2004), di Martin Scorsese, con Leonardo Di Caprio, Kate Blanchett, Kate Beckinsale, John C. Reilly, Alec Baldwin, Ian Holm, Jude Law.
Siamo nel 1929 e Howard Huges, giovane magnate americano, proprietario della compagnia petrolifera "Huges Tool Co." è determinato a sfondare nel cinema. Da semplice produttore, "strappa" il film Angeli dell'inferno dalle mani di James Whale, il regista dei celebri Frankenstein ('31) e L'uomo invisibile ('33), per girarlo personalmente. Il film costò l'astronomica cifra di 4 miliardi di dollari e il negativo girato contava l'inimmaginabile durata di 560 ore!
Le manie di Huges non si limitano a questo: ama collezionare "amori" tra le più grandi star del cinema (Jane Harlow, Katharine Hepburn, Ava Gardner) ed ha la passione per gli aerei, tanto da fondare una compagnia che pretende di concorrere con la consolidata Pan Am! Insomma, una vita da copertina.
Accanto alle tante manie, si insinuano alcune fobie che lo condurranno ad una vera e propria insania.
Il grande regista italo-americano Martin Scorsese, trascinato dal suo amore maniacale per il cinema, costruisce la biografia di quest'uomo "eccezionale" (una costruzione "classica" e ben diversa da quel Toro scatenato girato 25 anni fa) contornandola di tanti richiami cinematografici (oltre alla citazione tratta da Angeli dell'inferno, è da ricordare almeno quella da Il cantante di Jazz, primo film sonoro della storia). Così Scorsese si diverte ad omaggiare quella Hollywood che lo ha lentamente assorbito. Sì, perché il film è di chiaro impatto spettacolare: virtuosità aeree, dispiego ingente di mezzi e di attori, cadute di aereoplani, ricostruzione meticolosa di ambienti e locali degli anni '30...
Ci si ritrova di fronte ad un film patinato, laccato (non sfugga l'uso del colore che tenta di restaurare il modello cromatico impiegato negli anni '30 e '40) condotto con mano sicura. Se si considerano le singole sequenze, ebbene, diremo che l'occhio del regista è vigile, attentissimo e la sua mano, come sempre, è inventiva. E' lampante il divario tra questo film ed altri kolossal: il marchio autoriale c'è e si nota. La differenza tra l'artista e l'artigiano, potremmo dire.
Il fatto è, però, che Scorsese non è più quello di una volta. La sua visceralità (Quei bravi ragazzi), l'odore che quasi si avvertiva dall'asfalto dei quartieri della sua New York (Mean Streets), quello sguardo che non si ritraeva dinanzi alla violenza metropolitana (Taxi Driver), le luci della metropoli di notte, la costruzione mai banale e scontata di una vita all'interno di una società malata (Toro scatenato), la perizia architettonica e strutturale (Fuori orario) non sono reperibili in The Aviator. Certo, dobbiamo abituarci ad una stagione diversa del cineasta che già da alcuni anni ha abbandonato i temi di un tempo, mutando registro.
Tornando al film, The Aviator è godibile e di fatto Scorsese qualche perla la regala (come non esultare dinanzi alla sequenza, chiaramente ispirata a Welles come tanta altra parte del film, dei click fotografici!) però il tutto soffre, come il precedente Gangs of New York, di un'incoerenza strutturale. I vari piani del film (troppi, in verità: Huges e il cinema, Huges e le donne, Huges e la compagnia aerea, Huges aviatore, Huges e le sue fobie...) spesso collidono e più che incastrarsi in un puzzle coerente, finiscono per giustapporsi in assenza di collante. Uno Scorsese con le ali tarpate per essere al servizio di un film di matrice troppo classica e troppo poco scorsesiana.
Hollywood lo ha, in un certo qual modo, sedotto e riportato all'"ordine" assolvendolo dal suo passato di cineasta newyorkese, di chiara ascendenza underground e iperrealista. La Mecca del cinema lo ha irretito nelle strette maglie del "sogno americano", del quale lo stesso Scorsese contribuisce ormai a ricostruire e diffondere il mito (cosa tra l'altro già evidente nell'epopea di Gangs of New York).
Allo stesso modo, Scorsese si fa da parte per dare spazio all'attore che ha ormai "adottato", quel Leonardo Di Caprio che tanto rappresenta lo star-system.
Ma sull'interpretazione di quest'ultimo ben poco da ridire. Il film è tout court il volto di Di Caprio, la sua dolcezza e la sua aggressività. Senza alcun dubbio uno dei più grandi attori (il più grande?) della sua generazione.
Difficile, e forse per questo più facilmente attaccabile, il ruolo della Blanchett, nei spinosissimi panni della grande Katharine Hepburn. Altri tempi, altre attrici...