Caro Cipe,
non sono riuscito a dirti quello che volevo, per paura
di farti capire che il tempo era inesorabile e la malattia
terribile.
Scusami, ma credo che ti debba ringraziare soprattutto
per la pazienza che hai sempre avuto con me.
Per i tuoi occhi che sorridevano, fino alla fine, ai
miei entusiasmi o all’ironia con cui cercavo di
superare insieme a te momenti difficili.
Pochi giorni fa, pochissimi, mi parlavi con un filo
di voce - e con l’espressione di chi ti vuole
bene - dell’Inter, proiettando il tuo pensiero
in un futuro che andava oltre le nostre povere, ignoranti,
possibilità umane.
Qualche mese fa ti chiedevo un po’ scherzando
un po’ sul serio come mai non riuscivamo ad avere
un arbitro amico, tanto da sentirci almeno una volta
protetti, e tu, con uno sguardo fra il dolce e il severo,
mi rispondesti che questa cosa non potevo chiedertela,
non ne eri capace.
Fantastico. Non ne era capace la tua grande dignità,
non ne era capace la tua naturale onestà, la
sportività intatta dal primo giorno che entrasti
nell’Inter, con Herrera
che ti chiamò Cipelletti, sbagliandosi, e da
allora, tutti noi ti chiamiamo Cipe. Dolce, intelligente,
coraggioso, riservato, lontano da ogni reazione volgare.
Grazie ancora di aver onorato l’Inter, e con lei
tutti noi.