CORTEDOMINI

 

La frazione CORTEDOMINI nei tempi più remoti era costituita da tre ceppi familiari: Capuano, Zambrano, Amabile.

Zambrano e Capuano che attualmente si vedono e sono entrambi sotto al livello stradale con sbocchi, uno è lungo la strada vicinale che porta ad Aiello e l'altro lungo la Statale che porta a San Giorgio. Entrambi i due caseggiati facevano parte dell'antico feudo della CHIUSA. Atto del 1110 - attiguo al Nocelleto Budetta.

Durante il periodo Spagnolo venne realizzata parte del palazzo a monte, e divenne Cortedomini, cioè la "Curtis Domini" = casa del Signore.

Cercherò ora di spiegare il significato della parola composta Cortedomini, per dare al lettore l'esatta interpretazione del periodo storico che Cortedomini attraversò, come tutti gli altri.

Mentre dai grandi possessi municipali si staccavano nuclei che davano origine a nuovi Municipi, altri si accentravano nelle antiche VILLE con le loro immunità, con la loro autonomia amministrativa.

Le crisi economiche e finanziarie determinarono il ritorno di forme di scambio in natura e di prestazioni personali.

La terra divenne quasi esclusivamente la forma di ricchezza.

Si passò così dalle VILLE del basso Impero all'economia "CURTENSE".

Sotto i Longobardi la Villa romana divenne sempre più caratterizzante. Essa comprendeva una PARS URBANA, cioè l'abitazione del proprietario, e una RUSTICA, cioè le celle per i dipendenti, i servi ed i villici.

Intorno alla Villa correva un muro e così la Villa era come una piccola città fortificata. La popolazione si raccolse intorno alle ville fortificate alcune delle quali divennero veri e propri CASTRA.

Questo agglomerato della popolazione dei campi intorno alla casa del padrone creò una vera e propria difesa di fronte ai pericoli del debole aiutato dal più forte, cioè dal signore della "CURTIS".

Furono i Longobardi a chiamare la VILLA CURTIS. La parola deriva anch'essa dal latino: CURTIS=COHORTIS=CORTILE recintato.

La CURTIS diventò un vero e proprio piccolo mondo a sé. Gli abitanti producono tutto ciò che occorre al loro consumo, e si servono dello scambio in natura per fornirsi di sale e di merci che la loro rozza industria non sa produrre. Vi sono nella CURTIS operai, ma essi non sono liberi artigiani. Sono dipendenti del DOMINUS, divisi in vari mestieri.

Non vi sono imprenditori, né salariati, né prezzi, né capitali.

Sotto il potere del Dominus CURTIS si raccoglie ciò che dei prodotti sovrabbonda al bisogno locale.

Ogni CURTIS è un piccolo regno a se stante di cui il re è il proprietario.

CORTEDOMINI ebbe il suo padrone, la sua economia chiusa, i suoi dipendenti, i suoi muratori, maniscalchi, carradori, fabbri, fabbri ferrai, coloni, pastori, butteri, ecc. Storia più semplice e lineare non vi è mai stata. La CURTIS segnò la storia d'Italia per diversi anni e vi rimase fino al periodo Angioino.

La Curtis era nell'attuale Via Claudio e le più antiche famiglie locali furono: Cerrato, Capuano, Zambrano, Amabile, Silvestri che rimasero nella "Curtis" del dominus.

Anticamente la corte era uno spazio di terreno scoperto innanzi alla casa del padrone o all'interno di un gruppo di fabbricati, sempre al piano terra. Aveva la funzione di dare aria e luce alle case che erano intorno più gli ambienti che erano interni. Era sempre uno spazio recintato dalle costruzioni ove si svolgevano numerose attività degli abitanti durante il periodo dell'economia prettamente rurale.

Attualmente i due vicoli restano sotto il livello stradale, ma hanno mantenuto l'antica costruzione a corte.

Tutta la zona sottostante era piena di tufo giallo, ottimo per realizzare le costruzioni. Per non diminuire il suolo superficiale, gli antichi abitanti della zona pensarono di sfruttare il sottosuolo tufaceo costruendo dei pozzi in profondità attraverso i quali si calavano i cavatori (tufarari) e strappavano le pietre di tufo che venivano tirate su con le carrucole. La “Zona” specialmente attigua alla chiesa dello Spirito Santo, è tutta vuota sotto.

Mentre da Corte a San Giorgio il tufo venne prelevato in superficie togliendo prima il terreno che lo copriva ed il lavoro veniva denominato “Scoperta” cioè scoprire il tufo da cavare, in Cortedomini si praticò l’estrazione come nelle miniere, senza alterare il percorso stradale.

La grande quantità di tufo, un tempo esistente nella zona, diede a tutta la striscia di terreno pedomontano della collina di San  Giorgio, l’appellativo di “Tufare di Corte” che, ancora, rimane all’intera zona.

Quando il signore Spagnolo si fece costriure la sua dimora ai piedi della collina la delimitò con un circostante muro e per il culto religioso non volle servirsi della chiesa della popolazione e fece costruire tre chiesette nel suo territorio. Ogni costruzione doveva essere autosufficiente perché in essa si svolgevano tutte le attività umane del tempo.

Nella Curtis si realizzava subito un pozzo cavandolo in loco, perché l’acqua era indispensabile per gli uomini e per gli animali.

Il proprietario dell’ampio fabbricato in Cortedomini dovette ovviare alla mancanza di acqua non potendo far cavare vicino alla sua casa un pozzo facendo costruire, ove era possibile, grandi serbatoi chiamati “cisterne”. In esse veniva raccolta tutta l’acqua che cadeva sui tetti per mezzo di numerose canalette realizzate all’interno delle costruzioni o all’esterno. La depurazione degli invasi veniva per mezzo di calce viva e di anguille. Poiché dopo diversi anni la cisterna doveva essere pulita ne venivano sempre costruite due o più comunicanti tra loro oppure separate. Quan si puliva radicalmente una cisterna e la si imbiancheggiava, rimaneva l’altra dalla quale veniva attinta l’acqua e così il proprietario e la seritù e gli animali, avevano sempre l’acqua per i tanti usi. Le cisterne principalmente venivano coperte per evitare le impurità atmosferiche oppure venivano relizzate nell’ambito del fabbricato come se fossero altri ambienti i cui muri, tante volte, per risparmio, avevano il doppio uso: contenere l’acqua e fare da pareti ad altri ambienti.

Come ho scritto nella storia generale del comune di San Giorgio, nell'ampio palazzo di Cortedomini, non sempre vissero i proprietari che abitualmente, anno dopo anno, aggiunsero alla casa colonica altri ambienti. Non fu mai abitazione baronale e il proprietario viveva a Napoli e nel secolo scorso venne acquistato dagli arricchiti proprietari terrieri: i Conforti. Durante i periodi estivi il luogo ameno ed incantevole non fu mai privo di abitanti.

Quando i proprietari vivevano lontano lasciavano in loco alcuni servitori, il fattore con la famiglia ed altri adatti per il mantenimento dello stabile e per la coltivazione dei campi. Abitualmente le famiglie dei servitori vivevano fuori dallo stabile, ma sempre nel perimetro del feudo. Tali fabbricati venivano denominati foresterie, cioè per i forestieri. Infatti era sempre un edificio o un gruppo di piccoli edifici, non lontani dalle ville e dai palazzi signorili. Ogni foresteria aveva gli alloggi per i forestieri generalmente composti da singole stanze, ma fornite dell'indispensabile per una vita comoda e civile. Non mancava in sede la cucina con personale addetto, oppure una chiesetta, perché allora si era cristiani.

Il signore di Cortedomini aveva la sua "FORESTERIA" nel recinto del suo podere con cappella per il culto. Ciò ci dimostra che i primi proprietari dovevano essere ricchi se avevano la possibilità di ospitare a loro spese dei forestieri. Abitualmente erano commercianti, artisti e coloni che sostavano e poi riprendevano il loro cammino. Tante volte nelle foresterie venivano ammassati i prodotti che i coloni dovevano portare al padrone quando avevano a mezzadria i fondi o in ricompensa in natura o in enfiteusi.

Il Signore di Cortedomini estese il suo patrimonio alla starza del Salvatore che anticamente veniva appellata: "Starza Piccola" e tutta la zona che dal Pozzo di Aiello giungeva fino a Cortedomini ed a San Giorgio, veniva denominata: "Starza Grande" essendo più grande e più estesa.

La popolazione di Cortedomini, che non faceva parte del feudo baronale, per secoli con il culto fu unita al Salvatore e soltanto nel 1853 cambiarono le cose. Infatti, il Salvatore incominciava ad essere lontano da Cortedomini e più vicino alla chiesa di San Giorgio che si era maggiormente costituita, dopo l'abbandono della vecchia chiesa di Santo Stefano che sorgeva in località "Lazzaretto" lungo la stradetta vicinale che mette in comunicazione, nei pressi della Caserma dei Carabinieri, la statale per Roccapiemonte e la strada che unisce Santa Croce con il Cimitero.

"Con decreto di Mons. Marino Paglia, del 26 ottobre del 1840, in "actus S. Visitationis" la frazione di "Corte Domini" con la cappella dello Spirito Santo smembrata dalla Parrocchia del SS. Salvatore, è aggregata a Castel S. Giorgio "in perpetuo et mundo durante".

L'esistenza della Chiesa di Santo Stefano è confermata da un atto del 959 che recita: "... terra nel casale che confina con Santo Stefano". Il Casale che confinava allora con la chiesa era quello fuori dal perimetro del muro del Castello e propriamente la zona di Casa Izzo e quella attigua.

San Giorgio non diede mai troppa libertà alla chiesa dello Spirito Santo di Cortedomini da quando fu alla sua chiesa aggregata e d'allora non è riuscita mai a liberarsi.

Con il trascorrere del tempo il primitivo nucleo andò ampliandosi, ma non si poté troppo sviluppare per il notevolissimo dislivello dal letto stradale alla sottostante terra e perciò si sviluppò più verso Torello pur sapendo che il sottostante terreno è vuoto per le cave di tufo scavate.

L'ultimo prete che officiò nell'antichissima chiesetta di San Giacomo fu il cappellano Andrea Saggese da Sant'Angelo di Mercato San Severino, ma un bel mattino la campanella, nell'anno 1904, non fece sentire il suo suono mattutino che invitava i contadini al lavoro dei campi. Il Saggese raggiunse le sorelle che erano in Svizzera. Tali notizie mi vennero fornite dalla buon'anima di mio padre che, ogni mattina presto, si recava presso l'abitazione del Saggese per apprendere a suonare l'armonium, ma quella mattina trovò la porta chiusa e terminò così il suo apprendimento.

Durante il XVIII secolo, cioè il periodo spagnuolo, dinanzi al fabbricato sull'antistante piazzale si svolgevano le corride per tori piccoli. Con il 1180 le cose cambiarono per la crudeltà di un donnaiuolo proprietario avido di libidine. Ogni colono doveva condurre presso il fabbricato la sua sposa ed il padrone vi esercitava il "IUS PRIMAE NOCTIS". La popolazione di Torello che maggiormente teneva in fitto le proprietà del signore era stanca. Un giorno un tagliamonte Torellese, dal volto di efebo, si travestì da donna e si recò accompagnato da un altro uomo che fungeva da marito dal padrone per fargli esercitare il diritto della prima notte. Era il tempo della luce con candela, l'uomo travestito pretese donarsi al signore a lume spento. Il desiderio del possesso indusse il padrone ad accettare. Sotto l'ampia gonna a campana ed a trina del tempo, l'uomo sposa aveva nascosto una affilata scure. Mentre il signore si svestiva l'uomo con la scure gli staccò la testa. Discese subito e giunto alla porticina sull'ampio prospetto sinistro della grande porta, dovette abbassare la testa ed in quell'atto cadde dalla testa recisa molto sangue. I due gendarmi che sorvegliavano la porticina vedendo tanto sangue sghignazzando dissero rivolgendosi alla sposa: "Ti ha bene acconciata il nostro padrone". L'uomo vestito subito corse via, perché lungo il viale lo attendeva il fratello con un cavallo veloce. Al mattino il signore non suonava il campanello per avere la colazione e così, a tarda ora, un servo entrò nella stanza da letto, e vide i lenzuoli inzuppati di sangue ed il corpo del padrone senza testa. Fu dato l'allarme ed i servitori si misero alla ricerca dell'uccisore il quale ormai, con il veloce cavallo, aveva raggiunto i monti di Acerno dove il padre esercitava l'arte boschiva. Così ebbe termine l'ultimo sopruso che si perpetrava in quel fabbricato settecentesco.

Rimasto senza proprietario, perché il signore era senza eredi diretti, per diversi decenni il fabbricato divenne il covo della banda dello Scarapicchio dei fratelli Giovanni, Gianluca d'Auria di Gragnano. La zona di tutta la Valle ed i suoi dintorni subivano numerosi furti. Un giorno d'agosto del 1649 da un delatore fu comunicato alla gendarmeria di Castel San Giorgio un furto ed il comandante Bartolomeo Iennaco, s'accordò con quelli di Nocera, di Sarno, di Mercato San Severino e di Montoro e quando di notte giunsero i ladri in paese per far razzia generale in Borgo di Montoro, avvenne uno scontro a fuoco. Oltre cinquanta briganti caddero uccisi, gli altri fuggirono.

Il nascondiglio dei furti era ubicato nei pressi del Salvatore, nella casa colonica alle falde della collina un tempo abitata da Iennaco Pasquale e dai suoi cinque figli. Nei pressi vi era un grande covone di paglia, dentro al quale in delle damigiane, i ladri avevano nascosto i baiocchi d'argento, l'oro, gli oggetti sacri delle chiese e tanta refurtiva. Un proprietario di Aiello comprò quella "meta" e scoperto il tesoro lo fece scomparire, ma dovette fuggire dal paese con tutta la sua famiglia composta dalla moglie e da due figli nascondendosi in levolo (Eboli) e quando la banda venne completamente sgominata, in Aiello tornarono i figli, essendo il padre e la madre morti e seppelliti per pietà dai Cappuccini di San Pietro Alli Marmi di Eboli in quel Cimitero.

 

La Storia del nostro comune è stata curata dal Prof. Generoso Iennaco, a cui va un doveroso

ringraziamento da parte di tutti i cittadini del nostro territorio.

Fonte : Le Frazioni di Castel San Giorgio - Edizioni Sessa - Lancusi