| Aiello Su Aiello abbiamo scritto un libro: “STORIA DI AIELLO DI CASTEL S. GIORGIO”, perciò il lettore che volesse conoscere di più di questa sintesi potrebbe attingere dal detto volume. Aiello è certamente il paese più antico di Castel San Giorgio e fu fondato dagli Osci, 1500 anni prima della nascita di Cristo, ma sia quel periodo che quello Etrusco sono troppo confusi per la scarsezza dei reperti archeologici e delle fonti archivistiche che iniziano con il settimo secolo dopo Cristo. Il periodo Romano è più evidenziato per la presenza storica, sia per numerosi reperti, sia per la colonia ROMANA del “Peuteum Regentem” che dalla deduzione della colonia di Salerno del 194 a.C. “Ad Castrum Salerni”. Il primo documento, oltre alle menzioni nelle diverse storie romane e delle vite di alcuni condottieri ed imperatori, risale al IX secolo ed è riportato nel Codex Diplomaticum Cavensis e così recita: “Anno 822, mensis novembre, prima indizione, emptio terrae cul castanietu et insistete in loco ubi AGELLA dicitur, in pertinentiis Nuceria”. Se la lingua latina non è la classica, ma è curiale, è perché già incominciavano a perdersi le desinenze e comparivano i primi accenni alla lingua volgare e poi la: Gnominazione, cioè i cognomi. Un altro documento riportato, sempre dalla fonte menzionata, così pure recita: “Anno 825, mese di maggio, IV ind. Compra terrae Nuceria ubi Agella dicitur”. La Repubblica Nocerai abbracciava il territorio che andava da Pompei a Sarno, a Bracigliano a Camerelle ed a Sant’Angelo in Rota. Un altro documento fa menzione alla località TRAINO, da trainare, località ancora esistente lungo la stradetta, un tempo ampia Via Aquilia, che dal Salvatore giunge al Cimitero di Costa. V’è un cancello in ferro della proprietà Amabile, un tempo Zambiano, che era una guardia campestre che il popolino appellava: “Vincenzo do TRAINO”. Nel periodo longobardo il caseggiato ancora esistente, costituì una piccola “CURTIS” longobarda. Si tratta di una promessa di non vedere, cioè, un’obbligazione: “Promissivo de non vedendo alia meditate cum arbusto in loco TRABI, ubi Agella dicitur”: Il terreno arbusto è quello che non si può irrigare e, quindi, sempre i luoghi ove non può giungervi l’acqua della pianura. Queste tre citazioni ci fanno comprendere che in pieno Medioevo Longobardo avvenivano nella zona delle vendite per la presenza in Aiello dei notai. Il vecchissimo pozzo scavato dagli Osci, poiché anche in tempo dell’abbassamento della falda acquifera rimaneva pieno di acqua, venne chiamato “Puteum Regente” e per il motivo dell’esistenza dell’acqua perenne, Augusto vi fece dedurre la colonia dei milioni Romani stanchi, vecchi e feriti. Aiello e Campomanfoli erano allora una sola entità abitata e non v’era alcuna distinzione e come in Aiello v’era CAPOAIELLO, così in CAMPOPMANFOLI v’era CAPOCASALE, cioè la parte più alta delle località. La coscienza romana del toponimo, specialmente durante il periodo Longobardo, la si dovette alla presenza nel CASALE dei notai. Infatti in Aiello esercitarono la professione notarile il notaio LUSPERTO, dall’anno 848 fino all’anno 870, mese di dicembre ed ADELMARIO, dall’anno 882 all’aprile, XV ind., al febbraio 903 VI indizione. È doloroso apprendere dai “commentizi” di persone, che invece di capire sanno soltanto sparlare, mentre sarebbe loro dovere di professori essere onesti e prodighi, amare la scuola come un tempio e rispettare gli studiosi come casa sacra, perché sono essi che pervengono alle radici della storia con lavoro continuo da certosini. Un paese senza storia non avrà mai nulla da tramandare o da raccontare, ma la vita di ogni singolo essere è una storia a se stante, com’è quella di un paese, di un comune, di una provincia, di una nazione, di un continente. Ahimé, se qualcuno avesse appreso il monito di Foscolo che rivolgendosi agli Italiani li ammoniva: “O Italiani io vi esorto alle storie, frugate nelle vostre biblioteche perché nessun popolo è più degno di voi…” Rispettare la memoria del passato significa rispettare i nostri padri e la terra dove siamo nati e cresciuti e chi non ha rispetto di se stesso come mai potrebbe averlo per gli altri? Il povero Dante rimase sconcertato quando Farinata degli Uberti gli chiese: “CHI FUR LI MAGGIOR TUI?” Basterebbero le poche notizie riportate per dare a Cesare ciò che è di Cesare ed a Dio ciò che è di Dio. Ho dato al mio amato paese, da cui vivo lontano, quello che meritava e che altri dovrebbero fare in modo da dargli di più e non essere maldicenti. Lungo la strada del Salvatore vi sono pozzi scavati dagli Etruschi, che giunsero dopo gli Osci. Uno è di D’Auria Giovanni, panettiere, ma quello che resta utile alla popolazione fino al 1928, fu il grande pozzo scavato dagli Osci, il cui diametro era di circa tre metri e la circonferenza era ricoperta da massicce lastre di pietre calcaree bianche lavorate ed aveva della sbarre di ferro piegate per le tre carrucciolòe, perché ad esso attingevano, anzi vi giungevano anche persone degli altri paesi viciniori. Prima degli Osci e degli Etruschi e dei Romani in Aiello vissero i Pelasgi, ma i nostri antenati non raccolsero nessuna delle loro testimonianze e si parla di loro soltanto nei testi latini. Fu un popolo quasi nomade, non dedito all’agricoltura, piuttosto a prendere ciò che spontaneamente offriva loro il suolo e perciò si spostarono sempre, tanto che i popoli antichi li appellarono “cicogne”, cioè si spostavano senza una dimora fissa. I pozzi che ci lasciarono gli Etruschi sono cinque e vennero sfruttati dai Romani come sfruttarono il “PUTEUM REGENTEM” del pozzo di Aiello. Così viene riportato il toponimo negli antichi atti di compra e di vendita, perché era un riferimento sicuro ed inalterabile trattandosi di un pozzo: “POZZO DI AIELLO”. I Romani vi lasciarono altri toponimi di grandissimo valore storico e storiografico: “VIA DEGLI IULIANI”, cioè la gente che apparteneva alla stirpe dell’Imperatore Giulio Cesare a cui per onorarlo gli dedicarono il nome di un monte: “MONS IULII”, il Monte di Giulio che dialettalmente il popolo chiama Monteiulio, alle falde sorge Campomanfoli. Etimologicamente Aiello si ricava da AGELLA, Ager, Agellum, Agella è in lingua Osca che significa terreno, campo lungo coltivabile, come fu Velesana. Vallesana, Veresana, cioè luogo salubre, luogo pieno di vita, abitabile. Aiello ebbe il suo massimo splendore sia per la Via Aquilia, sia per la presenza della Colina Romana, sia perché l’Imperatore da Nola venne spesso a visitare i suoi vecchi commilitoni, che per lunghi ani lo avevano seguito e si erano riempiti di gloria. Aiello, anche durante i primi secoli del Cristianesimo diventò noto, essendo sulla Via Consolare Aquilia, ove bisognava per forza transitare sia per andare al Nord che a Sud, essendo l’unica strada allora esistente, perché quella Salerno-Cava-Camerelle fu realizzata soltanto nel 1540, in occasione del passaggio dell’Imperatore Carlo V di Spagna. Primi che i Martiri Cristiani venissero adottati dai fedeli quali loro Santi, le cappelle venivano dedicate al SALVATORE. Chi era il Salvatore? Era Gesù Cristo, che per salvare gli uomini donò la sua vita sul Calvario. Tutte le chiese dedicate a Gesù Salvatore vennero, perciò, realizzate prima della santificazione di tanti martiri da cui la nascente Chiesa tramanderà i loro nomi. Furono tutte piccole cappelle che i neofiti Cristiani dedicarono in Europa ed i Oriente al Salvatore, prima che iniziassero le atroci persecuzioni, tra le quali quella dell’Imperatore Diocleziano. Egli non fece altro che conquistare l’Oriente che già Augusto voleva conquistare preparando in Campania le legioni al comando prima del figlio Germanico e poi dell’altro Druso. In tale occasione venne in Ajello (è la vera etimologia del nome latino) perché dalla colonia scelse anche vecchi, ma esperti centurioni, che si imbarcarono o a Bari o a Brindisi. La colonia di Aiello seguì le diverse evoluzioni dei pensatori dell’Italia meridionale precursori dell’unico vero DIO. I pensatori conterranei del Meridione già annunziavano una vita migliore, cioè qualcosa d’immortale, contrapposta alla mortale; un bene che doveva avere il sopravvento sul male ed evitare inutili spargimenti di sangue; la povertà che doveva contrapporsi alla ricchezza; una nuova idea che considerasse il corpo non schiavo, ma libero. Più o meno erano questi i pensieri che si riflettevano sull’animo dei nostri antenati, risultati peraltro tra tanti incroci di popoli: Pelasgi, Oschi, Etruschi, Romani, Goti ecc. I tempi che prepararono i nostri progenitori erano maturi quando da loro fu costruita la prima “CAPPELLA” al Salvatore, che vollero di fronte al tempio pagano della dea Cibale, esistente dov’è l’attuale chiesa di Santa Maria ad Fatela (Santa Maria a Favore). Nella detta chiesa vi sono ancora due colonne dell’antichissimo tempio. Nella nostra Valle si diffuse per prima l’Epicuresimo che diffondeva l’idea che l’uomo non deve tormentarsi con i problemi dello spirito, della vita e del soprannaturale. La religione è una fantasticheria degli uomini paurosi. L’uomo veramente libero non teme, né spera, perché sa che la vita finisce con la morte. Ma le precedenti teorie filosofiche avevano insegnato all’uomo di poter vivere la vita eterna nei “Campi Elisi”, e Socrate aveva esortato l’uomo ad essere se stesso, in una spirituale elevazione religiosa del dovere. Il lettore non deve ignorare che nella Magna Grecia erano fiorite le scuole: Eleatica e Pitagorica ed ogni idea doveva per forza di cosa transitare per la Via Aquilia per diffondersi. L’uomo ammirava le prime religioni dei filosofi del Meridione e doveva ascoltare dentro la propria coscienza la voce di Dio e quando Sant’Agostino lasciò la teoria Manichea ed accettò quella Cristiana, sereno esclamò: “O mio Dio, io ti cercavo ovunque fuori di me, ma Tu sei in me stesso”. Siamo nel terzo secolo dopo Cristo. Socrate aveva già precorso i Vangeli di Cristo scrivendo: “È poca cosa non fare il male agli altri bisogna mostrare la via a chi l’ha smarrita, dividere il proprio con chi ha fame”. “il saggio non deve commuoversi alla vista dell’infelice, ma deve affrettarsi ad aiutarlo”. “Sapiens non miserabitur, sed provibebit et succurret” e l’affermazione di Seneca era quella più penosa in quel tempo: “Sapiens non miserebitur, sed providebit et succurret”. La povertà era molto diffusa in quel tempo ed il filosofo ancora ammoniva: “Res est sacra miser”. Pompei, città cosmopolitica, accoglieva sempre genti più numerose che venivano dall’Oriente transitando per il SALVATORE o altra desiderosa di ammirare i giochi del famoso Circo pompeiano. Anche la gente romana, abituata a vedere i combattimenti nell’arena del Circo, andava da “Puteum Regente”, a Pompei e poi ritornando diffondeva le nuove idee tra i commilitoni. Eppure Seneca ammoniva: “Homo, res nomine; iam per lusum et iocum occiditur”. Epitteto scrisse nel suo Encheridion “che il corpo, gli onori, le ricchezze sono beni esteriori al nostro spirito, essi non ci appartengono e l’uomo saggio deve considerarli per lui inesistenti”. L’uomo saggio dev’essere insensibile ai dolori ed ai piaceri, alle malattie ed alla morte ed anche fermo di fronte alla giustizia specie se sollecitata da invidiosi, calunniatori, traditori, serpi velenosi”. Quale grande differenza di pensieri e di opinioni dei tempi nostri dove si venerano soltanto Mida e Venere? “Il vero saggio non loda, né biasima alcuno; non si lagna di alcuno”. Quali grandi verità che i nostri tempi non conoscono mai. Epitteto annunziava il CRISTIANESIMO nei suoi scritti e ammetteva l’immortalità dell’anima ed era come se già preparasse la strada al SALVATORE GESU’. La parola del Biondo Nazzareno fu più di tutti precorsa dall’Imperatore Marco Aurelio che scrisse: “Puoi tu dire che hai fatto male a nessuno né in atti e né in parole?” L’Imperatore aveva già scritto: “Tu avresti compiuto il tuo dovere… Tu sarai polvere e cenere. Che cosa devi fare prima che arrivi a questo momento?” La Chiesa Cattolica dirà con la celebrazione delle CENERI: “Memento homo, qui pulvis es et in pulverem reverteris”? quanta realtà! Addio Mida con le tue ricchezze! Il Filosofo Marco Aurelio aveva anche scritto: “L’umanità c’impone come nostri fratelli quelli che ti offendono. Non basta fare il bene, occorre farlo indipendentemente dall’idea della ricompensa. Ti lamenti di avere fatto bene ad un ingrato (la vita dopo duemila anni non cambia) e tu avresti voluto esser ricompensato, come se l’occhio domanda la mercede perché vede, i piedi perché cammini. Il cavallo che ha fatto la corsa, il cane che ha cacciato, l’ape che ha fatto il miele, l’uomo che ha fatto il bene non lo strombazza per il mondo; essi passano ad altro atto della stessa natura, come fa la vigna che dà nuovi grappoli ad ogni stagione”. In Marco Aurelio v’è il vero CRISTIANO ed i soldati romani delle colonie di Aiello furono i primi Cristiani della zona ed a loro si deve la prima diffusione delle nuove idee religiose e filosofiche. I nostri antenati erano già pronti ad accettare Gesù e furono i primi in tutta la valle ad erigere la “Cappella” AL Salvatore, chiesetta abbattuta soltanto dopo l’ultima guerra con il desiderio di realizzare in quel luogo una cava di pietre. Quando durante il periodo dei Longobardi si diffuse il culto di San Michele già vivo sul Gargano, vollero, i nostri erigergli la poderosa chiesa in cima alla collina, un tempo frequentata e vi si celebrava anche la Santa Messa. Il Santo di legno già roso dagli anni per la spiritosità d’un miscredente fu rotolato dal monte a valle ed il popolo abbandonò per sempre quella chiesa ove si recava a trascorrere la Pasquetta, ma anche questa tramontò. Ed ora qualche parola di Gesù: “Se uno ti dà uno schiaffo nella guancia destra, tu porgi la sinistra”. “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. “Bussate e vi sarà aperto”. “Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, pregate per i vostri persecutori o calunniatori acciocchè siate figli del Padre vostro, che è nei cieli, il quale fa levare il sole sopra i buoni e sopra i cattivi, e manda la pioggia sopra i giusti e gli ingiusti… Siate perfetti com’è il Padre Vostro”. Bisognerebbe leggere i Vangeli per essere più puri e meno invidiosi ed avari, ma la vita è breve e non lascia pensare al domani i gaudenti. Quanti furono i seguaci di Gesù nella nostra valle non si sa, ma la “CAPPELLA” era un simbolo della fede e perciò il toponimo della zona resta quello di “SALA CAPPELLA” perché bisognava salire per entrare nella chiesetta. Ed ora chiedo al lettore un riflessione. Poiché in quel tempo tutto il territorio, fino a Bracigliano, apparteneva alla Repubblica di Nuceria Alfaterna, in quella Città, al tempo di Nerone, cioè dal 54 al 68 dell’era volgare, già si perseguivano i Cristiani, anzi si uccidevano. Ciò comportava che la Comunità Cristiana era numerosa la comunità Cristiana molti per fuggire alle persecuzioni venivano nella nostra zona per celebrare il culto ed in cambio, secondo la tradizione e l’insegnamento di Gesù, avevano un pezzo di pane ed una bevuta di vino, simbolo della comunione dei primi Cristiani. Nocera ebbe subito i suoi martiri e così scrisse Adone nel suo Martirologio: “Apud Nuceria natalis S.S. Felicis et Costantinae, qui passi sunt sub Nerone imperatore”. Di questi primi martiri Cristiani nocerini scrissero anche il Romano, il Giudice Girominiani, il Nohter, il Corbeiense, l’Epter Epternacense, il Fiorentino, il Ricovienses, il Santini ed altri scrittori antichi e quasi tutti riportarono il martirio certo di San Felice e di Santa Costanza sotto Nerone. Se il Cristianesimo transitò per la nostra zona certamente seminò in un terreno già pieno di humus. Se potesse parlare il Passo della Montagna Spaccata o Passo dell’Orco quante storie potrebbe raccontare a noi ignote, perché né tramandate dai padri e né scritte dai primi scrittori Cristiani. La nostra valle era soltanto un passaggio obbligato se si fosse desiderato di raggiungere Roma cosmopolitica e piena di religioni e di dei. San Paolo e San Pietro scelsero la via del mare e sbarcarono a Pozzuoli e proseguirono per ROMA. Non si potrebbe narrare la storia di altri luoghi senza tener presente “Agella” perché tutti passarono per la Via Consolare Aquilia, nessuno escluso. In uno scritto medioevale è ben designato il toponimo “In flubio Saltero in loco ubi AGELLA dicitur”, l’attuale strada Salerno-Nocera vi fu costruita nel 1540. Il De Santis, storico noverino del 1905, così scrisse: “Agella, oggi Aiello, villaggio messo fra S. Gorgio e Siano, alle falde della collina omonima, che fa parte del Monte Iulio”. Anche l’altro storico noverino, Gennaro Orlando, così scrisse nel 1884: “Agella oggi Aiello, villaggio messo fra S. Giorgio e Siano, segnava il confine orientale dell’Agro Noverino. Di origine antichissima senza dubbio, per l’etimologia della parola AGELLA, da Ager, ebbe molta importanza nei secoli di mezzo, anzi a giudicare dal numero grandissimo di contratti, ivi stipulati fra il settimo (800) e l’ottavo secolo (900) devesi credere che fu borgata popolosa, e come centro di affari. Quasi la terza parte dei documenti nocerini, che sono all’archivio di Cava, hanno la data di “Agella, vicus nuceria finibus”. Aiello, come già ho scritto, fu sede di notai, cioè notarile, e per questo motivo nell’archivio della Trinità di Cava dei Tirreni v’è l’“Actus” redatto in Aiello. Tutte le teorie filosofiche greche, orientali, romane dovettero transitare per il SS. Salvatore e qualcuno lasciò i suoi semi, ma i Cristiani riuscirono a prevalere sugli altri. I Romani della Colonia di Aiello scelsero tra le diverse teorie e preferirono la Cristiana con il grande pericolo di essere denunziati e martirizzati; ciò che avvenne e la chiesetta bene in vista sulla collina era come un faro per i passanti che si recavano a ROMA. Poiché contemporaneamente si era diffuso il culto per i morti nel retrostante spazio della chiesa c’erano un cimitero per i seppellimenti e le sale per la conservazione dei resti mortali. Il SS. Salvatore ebbe il primo cimitero ed in esso venivano seppelliti i cittadini di Costa, di Aiello, di Campomanfoli e di Cortedomini, ambienti che esistono ancora dopo duemila anni e sono pieni di ossa. Per giungere altrove la novella della crocifissione di Cristo, dovette transitare per il Santissimo Salvatore e per “Catavato” o per diffondersi per la valle dell’Irno e fare nuovi adepti. Fu tutto un fiorire di cristianità dal Macchione a Catavato, a Penta, a Fisciano, a Baronissi, ad Acquamela a Fratte, a Salerno ove dovette contrastare le diverse religioni pagane e specialmente quella per Pomona, per Cerere e per Prieoapo e per Giove tra le più diffuse religioni orientali. La religioni percorse la Via degli Etruschi e dei Greci e superò Irina e si diffuse in Salerno ove la popolazione era più buona, dedita ai lavori e non al commercio, ad aiutare quelli del rione e non vivere su di loro. In Salerno città , la religione CRISTIANA tardò ad attecchire e soltanto sotto l’Imperatore Diocleziano il popolo si rese conto che professarla significa essere decapitati e fu più cauta celebrando gli atti di fede in luoghi segreti, fuori dalle mura cittadine. Bisogna giungere al trecento al tempo dell’Imperatore Diocleziano, quando i salernitani, Fortunato, Caio ed Ante, non volendo piegarsi dinanzi a Diocleziano e rinunziare alla fede Cristiana, vennero tutti e tre decapitati. In Nocera i primi martiri si ebbero però nell’anno 54 in poi non oltre. Se in Nocera i martiri Cristiani si ebbero nel 60, in Salerno invece si ebbero durante il terzo secolo (300) cioè chiarisce come la valle di San Giorgio accettò e diffuse la nuova fede prima che ciò avvenisse in altre zone della provincia; poiché vi fu tutta una serie di persecuzioni comandati dagli imperatori: Claudio, Nerone, Traiano, Settimo Severo, Decio, Diocleziano e Costantino, in Salerno ed in Nocera fu lenta a diffondersi di nascosto. Bisognerebbe leggere le opere dei primi padri cristiani: Tertuliano, Settimo Severo, Decio, Diocleziano, Costantino per comprendere meglio e bene quanti martiri scomparvero per diffondere la fede e di loro la storia nulla ci ha tramandato. I luoghi montani diedero ospitalità alla fede ed il numero dei fedeli aumentò alle falde del Monte Iulio e si diffuse in Siano. È un periodo di circa trecento anni, in cui nella zona nostra i Cristiani vengono martirizzati a Salerno resta fuori dai supplizi. Credo che il Cristianesimo venisse ostacolato dal rione dei giudei esistenti in Salerno e sia dai Bizantini che transitarono per Salerno ed avevano le maggiori cariche politiche. Della costituita diocesi di Salerno ed avevano le maggiori cariche politiche. Della costituita diocesi di Salerno si ha notizia soltanto nell’anno 499. Dov’era la Diocesi nella nostra zona ed a capo della quale gli apostoli cristiani si riunivano intorno al più vecchio per il fenomeno di espansione a dover emanare l’ordine ai diversi diaconi che si aggiravano per la zona ed attuarono la nuova pratica evangelica. I seguaci di Gesù erano moltissimi e se San Pietro e San Paolo si diressero a Roma certamente, perché la comunità subito fiorì. La chiesa del Salvatore non appena si organizzò mandò a predicare la Buona Novella tramite i suoi PRESBITERI per tutto l’Agro ed i dintorni i quali fecero nuovi adepti e la chiesa incominciava più a non contenerli. La storia del martirologio parla di martiri Nocerini e non spiegano perché il Salvatore non ebbe i suoi che era una comunità numerosa. Costanza e Felice della comunità Cristiana nocerina, avevano avuto rapporti con quella del Salvatore, non distante che cinque chilometri, eppure la storia è muta a questo punto. Aiello apparteneva a NUCERIA ALFATERNA: OSCA. Aumentando il numero dei fedeli cristiani,
durante il periodo longobardo la “CAPPELLA” non poteva contenere
tutti i fedeli e si pensò ad erigere la seconda chiesa, più grande
e due più piccole, per chiamare i fedeli della plaga. A nord v’era
il massiccio muro della chiesa con diverse cappelle trasformate
poi in civili abitazioni dai pastori. Le campane per il campanile
snello e svettante, furono fuse in Agnone e le due più piccole portano la data del 1400, la più grande porta quella del 1500, la grande Pala con l'immagine di
San Sebastiano crocifisso con la testa
in giù risale al 1588, ma rimaneggiata ed il campanile é del 1100. L'arco Rinascimentale che è all'ingresso della seconda chiesa abbandonata é il più bello ed artistico di tutti quelli
costruiti in Campania in quel tempo
ed é annoverato tra le opere Rinascimentali da conservare. La lontananza della comunità cristiana da quella di Salerno
e di Nocera fece sorgere nella chiesa
del Salvatore il primo vescovo che aveva giurisdizione sulla zona di Costa, San Giorgio, Campomanfoli,
Siano, Bracigliano,
Piazza del Caldo, Sant'Eustachio, San Felice, Lanzara e Casale per cui in San Giorgio sarà, costituita la prima Forania. Alla chiesa,
cioè alla parrocchia del Salvatore, si accentravano i fedeli
ed il più anziano mandava per la valle i presbiteri a diffondere
la fede ed a battezzare e ciò fino a quando in Salerno
venne riordinata e costituita
la Diocesi che era rimasta senza nome del Pastore ed il primo ad essere riconosciuto fu San Bonosio.
Non si riconoscono i vescovi di Salerno
che diressero la Diocesi. Bisogna arrivare al nome di San Gaudenzio tra il V ed il VI secolo per avere la prima
autorità ecclesiastica
realmente costituita che si prende cura delle anime della Diocesi. Il Salvatore fu come una diocesi vescovile a sè che mandava in giro
i suoi Presbiteri per la zona, che rendevano delle loro azioni giornaliere. I primi secoli del Cristianesimo vennero
diffusi dalle più grandi diocesi,
mentre si costituivano e si organizzavano i primi vescovadi. Il
Santissimo Salvatore ebbe la funzione di vescovado prima che sorgesse
e si consolidasse quello di Salerno, verso il III ed il IV secolo,
ma dipese prima da quello di Nocera nel cui mandamento entrava. Alla Parrocchia
del SS. Salvatore appartennero fino all'anno 1853 Costa, quella
di Aiello, di Campomanfoli e di Corte che insieme costituivano una
grande parrocchia. Credo che il Salvatore sia stato il primo vescovado
della zona lontano da quello di Salerno, non ancora organizzato
e che abbia anche fatto parte del Vescovado di Nocera a cui ancora
giuridicamente apparteneva. La
chiesa del vescovado non fu distrutta dai primi longobardi, mentre
nella zona distrussero tutte le chiese ed ottanta monasteri e noi
non siamo riusciti a conoscere la verità. Il Salvatore restò in
piedi e le altre chiese e monasteri e conventi furono distrutti
e bruciati prima della loro conversione al Cristianesimo per opera
della regina Teodolinda. È uopo a questo punto riportare quanto
ebbero a scrivere Crisci e Campagna in Salerno Sacra: "La dominazione
bizantina, la peste, la guerra gotica e poi la devastazione longobarda
sconvolsero la vita religiosa e civile". "Distrutte le
città nel primo impeto di cieco furore a centinaia, le borgate,
gli episcopi ed i monasteri... desolate la campagna... sconvolto
l'ordine dei municipi, turbati il diritto civile ed ecclesiastico
l'Italia, più che immersa nella barbarie, sembrò civilmente distrutta".
Infatti in Campania scomparvero ottanta chiese ed episcopi, altri
furono lasciati senza pastore, mentre San Gregorio Magno non si
stancava di rivolgere accorati appelli ai Vescovi e ad autorità
civili, perchè eccitassero la popolazione a tener coraggiosamente
testa al "Nefando Nemico". Non sappiamo
cosa abbiano fatto i nostri avi, ma una cosa é certa che le antiche
chiese del nostro comune, e prima fra tutte l'antichissima del Salvatore,
non vennero toccate dai feroci Longobardi. I Longobardi
però, dopo la conversione al Cristianesimo, eressero numerose chiese,
abbazie e conventi e li dotarono di cospicui patrimoni. A noi i
Longobardi regalarono il nome del Glorioso Martire d'Oriente cioé
Giorgio il cui mantello rosso simboleggia il sangue di tanti martiri
che caddero in quell'Impero decapitati e così l'antico toponimo
romano "CASTELLA" venne denominato CASTEL SAN GIORGIO.
Quanta gloria senza conoscenza per l'ignavia dei nostri progenitori,
anche se furono dotti e giuristi, notai e scrivani. Quando anche
il Vescovado di Nocera venne distrutto, rimase soltanto quello del
SS. Salvatore a cui aderì Casali. Fu allora che la Parrocchia del
Salvatore rimase Arcipretura ed in un secondo momento Forania, titolo
rimesso poi alla Chiesa di San Giorgio, essendo più centrale e nella
sede comunale. È vero che
per i nostri antenati fu una vita difficile per la guerra Gotico-Bizantina,
ma fu più difficile per la devastazione in massa delle chiese, conventi
e monasteri distrutti dai primitivi feroci longobardi. Intorno alla
chiesa fu costruito, su di uno sperone di pietra calcarea, una specie
di fortilizio con alto dislivello dall'abitato, simile a fortezza
isolata. I Longobardi:
"Distrutte le città nel primo cieco impeto furono a centinaia,
convertitisi al Cristianesimo si sentirono in dovere non soltanto
di riedificare tutto ciò che avevano distrutto, ma creare nuove
chiese, conventi, abbazie e nelle loro "Curtis" piccole
cappelle chiamate chiesette e che in Aiello dedicarono alla Madonna
Delle Grazie", mentre quella al centro di Campomanfoli é stata
adibita ad altri usi domestici. Tutte le cappelle esistenti nei
palazzi signorili del tempo avevano la funzione di far ascoltare
la Messa al proprietario quando voleva, mentre quella per gli operai,
che dovevano presto andare a lavorare al mattino, veniva celebrata
alla prime luci dell'alba. I Longobardi
furono crudeli tanto che il Pontefice Pelagio II (578-90) scriveva
ai vescovi: "E perché non gemere, vedendo sparso innanzi ai
nostri occhi tanto sangue di innocenti e profanati i sacri altari
e fatto insulto dagli idolatri alla fede Cattolica"? San Gregorio
Magno, nel 550 scriveva: "Dovunque l'occhio si volge non altro
vediamo che desolazione, non altro che lamenti. Distrutte le città,
smantellati i castelli, devastate le abitazioni, la campagna desolata
ridotta ad un deserto... e vediamo cadere tutti i giorni in schiavitù,
mutilati negli arti, altri uccisi. Cosa si può fare cara la vita?".
In Campania scomparvero ottanta tra chiese e monasteri ed episcopi
tra le diocesi distrutte vi furono quelle di Nocera, Sorrento, Sarno,
Velia, Buscentum, Blanda ed Agropolils Lonis Duscense,
grande ricercatore di storiografia ecclesiastica, scrisse che "i
Longobardi, non tanto per odio anticattolico, quanto per la santa
sequela generale di rovine che seminarono al loro passaggio scompaggiando
e distruggendo il territorio italiano"". I Longobardi
da feroci distruttori, quali furono nel primo momento, convertiti
al CATTOLICESIMO divisero il terreno italiano in 36 ducati e l'ultimo
fu quello di Benevento. Ai vecchi conventi sostituirono i nuovi,
alle distrutte chiese ne eressero altre più belle e più grandi.
Volevano un Santo Nazionale e lo trovarono in San Giorgio, simbolo
della pura fede e dei martiri cristiani senza chiedere ricompensa
al suo atto di valore. Il culto per San Giorgio si diffuse subito
in tutta l'Europa e si ebbero i nomi di: Giorgio d'Inghilterra,
Giorgio V di Hannover, Giorgio re di Cipro, Giorgio di Russia, Giorgio
degli Arabi, Giorgio III d'Inghilterra e le chiese dedicate al Santo
in tutto il mondo ed anche in Russia, San Giorgio di Russia, della
Spagna, del Portogallo, dell'America. Tutte le nazioni venerarono
il giovane martire simbolo della fede e del sangue di tanti martiri
cristiani che caddero decapitati senza nome e venne il loro sangue
usato per tingere il mantello del Santo, eroe della fede per Cristo
Gesù. I Longobardi
diffusero con ardore il culto per il loro Santo Nazionale: San Giorgio,
elevandolo a simbolo della loro fede e del loro coraggio in favore
della risorta chiesa e molti luoghi pii realizzarono. Se i Bizantini
diffusero quello di San Michele Arcangelo, i Longobardi lottarono
per diffondere quello di San Giorgio: loro Santo Nazionale e perciò
nella nostra zona vi sono chiese dedicate a San Michele, al Salvatore,
San Michele alla Costarella ed altre chiese` Quando la
chiesa di Salerno si fu saldata ed ebbe il suo definitivo vescovo,
la chiesa del SS. Salvatore rinunziò al primitivo incarico ponendo
tutto nelle mani dell'autorità del Vescovado salernitano costituitosi
e divenne FORANIA. Per molti secoli il SS. Salvatore fu una vastissima
parrocchia con molti benefici e proprietà. Anche sé durante il secolo
VIII la sede vescovile salernitana si preoccupa di organizzare nelle
linee generali la DIOCESI, anch'essa ridotta di numero di abitanti,
nel 1158 il SALVATORE resta ARCIPRETURA, ma diventa "Castra"
e concede al Vescovo le sue prerogative. Era in pieno periodo dell'espansione
normanna e le situazioni cambiavano di aspetti. Il Normanno passa
dalla CURTIS alla Contea ed all'Oppidum, per cui la Chiesa viene
messa in secondo ordine nelle amministrazioni civili. Si delinea
lanetta figura dell'Arcivescovo e del Conte o del Principe Normanno`. Per secoli
ancora il SALVATORE restò una grande parrocchia e rimase così fino
all'anno 1853, quando con Decreto di Mons. Marino Paglia del 26
ottobre del 1840, "in actu S. Visitazionis" la frazione
"Corte Domini" con la chiesa dello Spirito Santo smembrata
dalla Parrocchia del Salvatore, viene aggregata alla chiesa di S.
Giorgio "in perpetuo mundo durante"17. Soppressa
quella del SS. Salvatore, vengono elevate a parrocchie quella di
COSTA e quella di Aiello-Campomanfoli. Il 26 ottobre
Mons. Marino Paglia eleva a chiesa ausiliaria, della parrocchia
del Salvatore, la chiesa di Costa. Il 29 luglio 1853 viene nominato
il primo parroco Don Francesco Villani, già canonico curato del
Salvatore". Dopo tanti
decenni di semi-abbandono ora il Salvatore è tutto nelle mani del
rione sorto lungo la strada di Aiello, quella della Starza e quella
della Via Nuova. È compito di quella popolazione vederla rifiorire
e darle un pò dell'antico splendore. È l'augurio più bello per ricordare
il glorioso passato millenario. Ed ora una
personale considerazione fondata su riflessione e su elementi storici
che spiegano la comunità Cristiana del SS. Salvatore che ebbe i
suoi proseliti in tutto l'agro Nocerino-Sarnese, ma ebbe gli alti
momenti per sorgere sul territorio delle altre chiese nel Comune. Con i Normanni
la zona nostra si trovò impigliata tra il Gastaldato di Rota e quello
di Sarno e subì i mutamenti politici dei due Castaldati. Il centro
più vicino alla Chiesa del Salvatore fu quello di Rota "in
fini abellinis" e propriamente nell'antica chiesa di Sant'Angelo
a Rota. Come per Sant'Angelo
a Crapullo, così per Sant'Angelo a Rota vi fu la Curia. Presso quella
di San Marco in Rota si rivolgevano le genti del Salvatore, e quelle
dei paesi inferiori frequentavano quella di Sant'Angelo a Crapullo,
cioè l'attuale Trivio. Presso le
due chiese si recavano i pubblici notai per redigere gli atti di
compra e di vendita e di matrimonio per il relativo corredo che
veniva descritto e numerato e vincolato dai genitori della sposa. Presso Santa
Maria a Rota si recava il notaio lannacio ed il fratello curiale.
Il curiale era l'avvocato che doveva redigere e risolvere i contrasti
tra le parti; era una specie di Pretura. Riporto un
atto, stipulato in quella chiesa da Iannaco ia "Presenti
Lupolo, figlio di Pasquale con l'assistenza del notaio Iannaci nell'anno
80120 Lupolo, figlio del fu Aulisio, dona a Leone figlio del fu
Alperto una terra ed un vigneto in Terintinola. Acto rotense
in atrio Santa Maria. lacopus Iannaci, figli di Iannaci Atrianense,
curiale, anno 1046 presente Principe Guaimario IV, accordo diviso
tra Rainino, Tendolapo, figlio di Willulj. Anno 1040
accordo diviso Ursum, Marini, Ioannis in presentia notaio Iannaci
atrianensis, quidictus est curiales (avvocato) ex una parte; et
ex altra, inter Leone, Maurum, Sergium filio Marini curiali". La curia era
l'ufficio attuale dove esercitano i giudici nelle cause. Quindi Aiello,
sin dai tempi, più remoti ebbe il cognome IENNACO e molti di essi
si diedero agli studi ed entrarono anche negli ordini religiosi
e nelle parrocchie. Infatti così fecero: Pietro lannaco abate dell'antichissima
chiesa salernitana di S. Grammazio, anno 1042; Leone lennaco, presbitero
nel 1006 della chiesa di S. Maria e di S. Giovanni Battista in Vietri
Sul Mare e Andrea lannaco che da San Giorgio fu mandato a Siano
per dirigere quella chiesa nell'anno 1511. Quanta storia sconosciuta
se il "PUTEUM REGENTEM, AGELLA, la COLONIA ROMANA, la presenza
dell'Imperatore Augusto, la grande fama del Santissimo Salvatore
resero AIELLO amato e stimato dai forestieri; è compito dei giovani
ridargli il suo antico nome ora che tutti hanno diplomi e lauree.
(Nota... G. lennaco. Storia di Aiello di Castel San Giorgio. O.C.) Ed a questo
punto mi rivolgo ai tanti maestri e professori affinché cerchino
le radici dei loro alberi, perché è loro dovere e nel preparare
i maestri al Concorso Direttivo insistetti affinchè non dimenticassero
la storia dei luoghi ove insegnano perché nella Premessa ai Programmi
nuovi un periodo testualmente recita: "Ogni scuola dovrà trarre
dal suo ambiente STORICO i motivi culturali e pratici di cui si
alimenta". Cosa può essere
un paese senza il suo passato, senza la sua storia se non un albero
senza le sue radici? L'albero senza radici non è altro che un palo
conficcato nel terreno ed io ebbi già a riportare nella STORIA di
Aiello l'antichissimo motto romano: HISTORIA EST MAGISTRA VITAE. Un paese senza storia, una popolazione che non cerca le sue radici, gli educatori
che rifiutano e non si applicano per tale insegnamento, non conoscono
la legge "dei vasi comunicanti" e vivono da morti. |
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| La Storia del nostro comune è stata curata dal Prof. Generoso Iennaco, a cui va un doveroso ringraziamento da parte di tutti i cittadini del nostro territorio. Fonte : Le Frazioni di Castel San Giorgio - Edizioni Sessa - Lancusi |